I Colloqui tra Memoria e Prospettiva

COLLOQUI INTERCULTURALI MEDITERRANEI 2020-2021

Tra presente, memoria e prospettiva

Un’approfondita inchiesta della “RAI-Presa diretta” sulla produzione industriale dei vaccini e la loro somministrazione, preceduta dall’eccezionale impegno degli scienziati che in breve tempo sono riusciti a compiere l’impresa

La comunità ebraica in Tunisia, tra ricordo e oblio.

di Soumaya Bourougaaoui – Coordinatrice tunisina dei Colloqui Mediterranei 2020-2021


E noi boicottiamo il futuricidio. Un articolo della Lettura sull’ultimo libro di Gaël Giraud e Felwine Sarr*

Sostiene Felwine Sarr, economista, scrittore, professore di Filosofia africana alla Duke University della Carolina del Nord, musicista: «Ci muoviamo in economie della malacrescita, fondate su un falso sistema contabile. Il sistema mondiale è costruito per produrre disuguaglianza». Argomenta Gaél Giraud, gesuita, docente alla Georgetown University di Washington dove dirige il Programma per la giustizia ambientale: «Il Pil è un mantra magico che serve a imporre un controllo sul comportamento delle persone, moralizzando le nostre relazioni economiche grazie a un tema colpevolizzante: “Se non fate così non contribuite alla prosperità”». Sarr: «Se consideriamo che sullo spazio di questa nostra Terra non esiste il loro ma soltanto il noi… una soluzione è possibile».

Il libro è un illuminante, durissimo atto di accusa nei confronti delle «società occidentali che sembrano fare fatica a rinunciare a uno stile di vita che devasta il pianeta e di cui il mondo intero deve sopportare i costi»; di un’Europa ricca e blindata che «vuole sigillare le frontiere e tirarsi fuori da uma dinamica della storia che consiste nelle grandi migrazioni dei popoli»; di un postliberalismo selvaggio «che cerca di assorbire la totalità della sfera vivente e sociale attraverso una quantificazione messa a servizio della privatizzazione». Un saggio e un’invocazione a incarnare i valori di solidarietà, ascolto, fratellanza — non limitandosi a proclamarli — in nome di um umanesimo aperto, fecondo e plurale, di un’accoglienza disinteressata, di um ritrovato rispetto per gli altri e per la natura.

Confronto e dialogo tra due economisti (e molto di più): uno, il francese Gaél Giraud*, è anche fellow della Energy Agency e direttore di ricerca del Cnrs di Parigi. L’altro, il senegalese Felwine Sarr**, è stato scelto da Emmanuel Macron per guidare (con la storica dell’arte Bénédicte Savoy) la commissione sulla restituzione delle opere d’arte africana trafugate dalla Francia durante il colonialismo. Dall’incontro tra i due interlocutori è nato “Un’economia indisciplinata“, edito da Emi. «Bisogna fare presto — dice Giraud — o gli effetti dell’Antropocene saranno irreversibili».
* Gaël Giraud, gesuita, economista di fama internazionale, ha scritto per Transizione ecologica, sulla finanza a servizio della nuova frontiera dell’economia, e un intervento su finanza e cura del creato nel libretto Curare madre terra. Un’economia indisciplinata è il suo ultimo libro, scritto insieme a Felwine Sarr.

** Felwine Sarr è un economista e scrittore senegalese. Insegna filosofia africana alla Duke University in North Caroline. Personaggio poliedrico, viene considerato uno dei più brillanti intellettuali africani: il presidente francese Macron lo ha nominato responsabile della restituzione delle opere d’arte africane trafugate dalla Francia durante il colonialismo. 📚 Un’economia indisciplinata è il suo primo libro per Emi. «Un’opera iconoclasta per ripensare i fondamenti dell’economia mondiale» Le Monde

Afghanistan, la follia di fare la guerra per costruire la pace

di Anna Detheridge * 20 agosto 2021

Siamo di fronte alle triste conclusione non solo degli ultimi vent’anni di guerra in Afghanistan, ma di un peacekeeping armato che giustifica esclusivamente guerre neocoloniali durate anche 50 anni. Quella di Kabul è una tragedia annunciata.

A metà dei lontanissimi anni 70 ho avuto la fortuna di recarmi in Afghanistan. Scendendo dall’aereo all’aeroporto di Kabul, la prima cosa che ho visto è stato un camion con una grande scritta ad arcobaleno sul fianco, “FIORUCCI”, che stava caricando sull’aereo camicette ricamate a mano, cinture e altri accessori da vendere alle ragazze come me nel negozio cult di Corso Vittorio Emanuele a Milano. Durante quella visita ho conosciuto diverse donne afghane, mogli di ministri dell’epoca, una delle quali era direttrice del Kabul Times, giornale in lingua inglese. L’alta borghesia afghana di allora era impegnata a barcamenarsi tra le opposte geopolitiche degli Stati Uniti al sud del Paese, e l’Unione Sovietica impegnata a costruire le strade verso nord. Un Paese in bilico che da allora ha avuto mille traversie ma mai un momento di pace. La triste conclusione non solo degli ultimi vent’anni di guerra in Afghanistan, ma di un peacekeeping armato che giustifica esclusivamente guerre neocoloniali durate 50 anni, era una tragedia annunciata di cui dà conto il bel libro di Gastone Breccia Missione Fallita: la sconfitta dell’Occidente in Afghanistan (Il Mulino 2019).

Non sono corrispondente di guerra, tanto meno un’esperta militare, ma credo che le ambizioni non soltanto degli Stati Uniti ma anche dell’Europa e di molti altri Stati nel mantenere l’ordine mondiale attraverso la guerra e la cosiddetta COIN ossia le politiche di counterinsurgency, piccole guerre contro il terrorismo, abbiano contribuito in realtà ad amplificare quei dissensi interni. Gli interventi di peacekeeping imposti con la forza hanno distrutto proprio quelle culture che – ognuno a modo suo – costituivano un crogiuolo di civiltà con modalità di convivenza diverse e anche una buona misura di prosperità (penso alla Siria, al Libano, alla Bosnia), destabilizzati e desertificati, incattivendo e polarizzando le popolazioni.

Non si può tacere la insopportabile ipocrisia di società che vivono di fine distinguo sul politically correct a casa propria e che conducono guerre bombardando dall’alto le popolazioni per il bene dell’umanità. Questa immane tragedia durata mezzo secolo con un dispendio enorme di denaro e ancora di più di vite umane deve farci riflettere su cosa significa per noi oggi essere “occidentali”, su cosa intendiamo quando parliamo di valori e di identità. E che non mi si parli di salvare le donne dell’Afghanistan, le cui sorti non sono mai state al centro di alcun progetto politico, tanto meno oggi, palesemente abbandonate al loro destino.

“Facciamo la guerra per trovare la pace” era lo slogan fino a qualche anno fa, ma probabilmente oggi non si ha più il coraggio di pronunciarlo anche perché non è più vero da un pezzo. Nel momento in cui all’interno dei nostri stati neo liberal mettiamo in discussione l’univocità della nostra cultura rispetto alle minoranze e ci apriamo a una pluralità di modi di vivere, di pensare, di diversità, non possiamo più ignorare il costo di quella pace imposta e non condivisa in un Paese diverso dal nostro. Oggi, certo, esiste una generazione di donne che ha potuto studiare nel clima di pace armata e di occupazione del Paese, ma è vero anche che tutti i cittadini hanno vissuto sotto una cappa costante di violenza.

“Prima della violenza”, scrive Breccia, “è un concetto che sfugge alla maggior parte della popolazione”. Uno stato di guerra permanente che ha condizionato tre generazioni, “disarticolato la struttura sociale, messo in ginocchio l’economia e distorto la percezione della realtà”. Tantomeno la litigiosità, la guerra di tutti contro tutti può essere considerata una caratteristica insita nella cultura dei popoli, ma piuttosto l’esito di tante pressioni che fanno di un luogo il vaso di coccio alla mercè di potenze armate fino ai denti. Come disse un mullah, voi combattete con l’acciaio e gli aerei, noi con i sandali a piedi nudi.

In tempi moderni il primo a voler imporre i propri valori all’Afghanistan è stato il regime comunista sovietico che ha condotto un vasto programma di riforme sociali, economiche e culturali in pochissimi anni incontrando la prevedibile contrarietà dei mullah islamici, dei proprietari terrieri e di tutti gli elementi tradizionali della popolazione afghana che alla fine degli anni 70 cominciarono a ribellarsi, provocando un odio diffuso nei confronti del regime di Breznev. Così nacque la prima lunga guerra tra il governo comunista di Kabul, sostenuta dall’Armata Rossa, e i mujaheddin appoggiati da Stati Uniti, Arabia Saudita e Pakistan, un conflitto durato quasi dieci anni con centinaia di migliaia di morti. È da lì che nasce nel 1979 Osama Bin Laden, figlio di un miliardario saudita che si unisce ai combattenti islamici portando armi e denaro nei campi di addestramento in Pakistan. Finché nell’88 un anno prima della caduta del Muro di Berlino, l’Unione sovietica tra gli aspri monti afghani ha trovato il suo Vietnam.

Nel 1992, i guerriglieri islamici occuparono Kabul e cominciarono a combattersi tra di loro aprendo la strada alla presa di potere degli “studenti coranici”, ossia i talebani, gruppo religioso di etnia pashtun radicato inizialmente a Kandahar. La distruzione delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001 ha trasformato delle guerre neocoloniali in un vero e proprio “scontro di civiltà”, uno spettacolo mondiale, un dito alzato nei confronti dei massimi simboli del potere in Occidente, che richiedeva una risposta.

La più recente invasione dell’Afghanistan da parte degli Stati Uniti è dovuta all’ospitalità concessa ai terroristi di al-Qa’ida quando furono cacciati dal Sudan. Come ha dichiarato Bruce Riedel, funzionario della CIA “spingere gli Stati Uniti a invadere l’Afghanistan era esattamente ciò che sperava Osama Bin Laden. Come ci avrebbe detto poi suo figlio riconsiderando i fatti, ‘il sogno di mio padre era fare in modo che l’America invadesse il Paese”. Ciascuno contribuisce a dare forma ai propri incubi, e come ha commentato Breccia, “gli Stati Uniti promuovendo di fatto al-Qa’ida al rango di avversario degno di un conflitto tra potenze, hanno iniziato una guerra sbagliata e impresso una svolta all’intera situazione strategica del nuovo millennio”. È come se oggi nuove potenze mondiali più autoritarie che liberali stessero raccogliendo la sfida lanciata e persa dagli Stati Uniti in Afghanistan. E altri Paesi si preparassero a pagare lo scotto della loro fragilità, proprio quell’equilibrio precario tra etnie, popoli e culture diverse che li rende preziosi esempi di convivenza civile. Oggi il Libano, la Siria e la Bosnia. Domani chissà.

Le guerre per mantenere la pace non si possono vincere e lasciano soltanto paesaggi e anime desertificati. Un capo villaggio, racconta Breccia, si lamenta che qualcuno ha ammazzato a bastonate una pecora. Una pecora? Chi mai vorrebbe ammazzare a bastonate una pecora? Il capo villaggio fa spallucce, ma la pace nel suo villaggio dipenderà da questo.

Ricordo che a Kabul nel 1975 c’era un piccolo modestissimo museo di opere antiche provenienti da scavi nella regione. Guardandoli, meravigliata, scorgevo che un Apollo, dio della bellezza dell’Antica Grecia, aveva le guance gonfie come un Budda, mentre un piccolo Budda filiforme sembrava quasi un Apollo. Tutto ciò mi sembra la restituzione plastica di una contaminazione di influenze e di culture, dove poteva convivere di tutto, compreso il gioco del polo, lo sport dei re, che gli afghani con il loro fiero portamento e cavalli bellissimi hanno insegnato agli inglesi. Da quando c’è la pace armata i tappeti e gli arazzi delle donne afghane rappresentano soltanto fucili e kalashnikov.

Mi viene in mente la domanda/installazione di un’artista bosniaca Maia Bajevic ́, dopo gli anni drammatici della guerra che in Bosnia ha distrutto per gli anni a venire ogni possibilità di convivenza che non sia scolpita nella separazione delle comunità, ratificata da norme burocratiche. «How do you want to be governed?» recita l’opera. Ripetuta perentoriamente, la frase non è più una promessa di democrazia, ma una minaccia vessatoria. Infatti, ogni domanda generica, alla quale non esiste risposta possibile, se ripetuta ossessivamente rivela la sua tendenziosità e non può che rimanere senza soluzione.


I DUE NOBEL DI MODICA: QUASIMODO E IL CIOCCOLATO

di Grazia Dormiente – La ricorrenza del 120° anniversario della nascita di Salvatore Quasimodo ha ispirato il Consorzio di Tutela del Cioccolato di Modica a memorare ancora il Nobel modicano.




CINGOLANI: «ITALIA VERDE, UNA RIVOLUZIONE POSSIBILE»

21/07/2021  Intervista al ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, pubblicata da Famiglia Cristiana giovedì 22 luglio 2021 (foto Ansa)

«Cambieranno i trasporti, l’industria manifatturiera, la produzione energetica, il modo di fare turismo. Sarà una rivoluzione». Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, in un’intervista pubblicata nel numero da giovedì 22 luglio 2021 in edicola, spiega a Famiglia Cristiana la «trasformazione epocale che attende il nostro Paese, grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr)».  In tutto 235 miliardi di euro di investimenti, di cui 70 dedicati al “verde”.  «Al momento abbiamo, in tutto il territorio nazionale, 50 gigawatt di installazioni rinnovabili. Nei prossimi dieci anni dobbiamo portarle a 120. Non c’è un piano B. Non si può scherzare con il futuro delle persone. Abbiamo una road map molto chiara indicata dal Pnrr e dagli Accordi di Parigi secondo i quali entro il 2030 dobbiamo avere il 70% dell’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili». Uno sforzo dalle positive ricadute occupazionali.  «Nei prossimi cinque anni ci sarà almeno un milione di posti di lavoro in più per portare a termine tutta la trasformazione ecologica», afferma il ministro Cingolani. «Stiamo parlando di impiantare 30 mila colonnine per ricaricare le auto elettriche, di tutte le installazioni fotovoltaiche offshore, cioè galleggianti, dell’eolico, della riforestazione, dei lavori sugli acquedotti che si snodano su 24 mila chilometri. E ancora, dei bacini idrici, dell’agricoltura verticale, dell’economia circolare. Queste infrastrutture, se saranno ben fatte e avranno successo, creeranno lavoro stabile anche in futuro. Quindi al milione dei prossimi cinque anni se ne aggiungeranno molti di più per la gestione dello strutturale, perché la faccia dell’Italia sarà completamente cambiata».Accanto all’intervista, Famiglia Cristiana fa il punto, in un’articolata inchiesta, sulla transazione ecologica in atto, oggi, in Italia, nei settori edilizio, automobilistico e agroalimentare.



LIBANO, Parigi propone l’invio di forze internazionali

La commissione difesa e delle forze armate del Parlamento francese ha proposto la formazione di una task force internazionale a sostegno del Libano, sotto l’egida delle Nazioni Unite e della Banca mondiale. Tale considerazione è giunta mentre le ambasciatrici francese e statunitense, Anne Grillo e Dorothy Shea, hanno affermato di aver tenuto “importanti consultazioni trilaterali” a Riad. Secondo quanto riportato dal quotidiano al-Arab, la proposta francese è stata avanzata nel sesto paragrafo di un rapporto pubblicato l’8 luglio, in cui si afferma che il compito della task force sarà rafforzare le operazioni in ambito umanitario e di sviluppo, volgendo l’attenzione ad aspetti quali sanità, istruzione, elettricità e risorse idriche ed alimentari. Al contempo, la Francia e i suoi partner, sia occidentali sia “arabi”, sono stati esortati a sostenere le forze armate libanesi e le forze di sicurezza interna, affinché prevengano il collasso e continuino ad affrontare minacce quali il terrorismo e il contrabbando di droga. Infine, i deputati francesi hanno espresso la speranza che Parigi, accanto alle Nazioni Unite e ad altri Paesi alleati, possa garantire lo svolgimento delle elezioni legislative, comunali e presidenziali nel 2022, così da consentire alla popolazione libanese di esprimersi liberamente e porre le basi per un nuovo Libano. Il rapporto si inserisce nel quadro del ruolo della Francia nel sostenere Beirut a far fronte a una grave crisi economica, oltre che sociale e politica. È stata proprio Parigi a organizzare, il 17 giugno una conferenza internazionale per raccogliere decine di milioni di dollari a sostegno dell’esercito del Libano. Ai Paesi partecipanti, tra cui gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, le potenze europee e alcuni Stati arabi del Golfo, esclusa l’Arabia Saudita, è stato chiesto di fornire cibo, forniture mediche, pezzi di ricambio per attrezzature militari e persino carburante, ma non di pagare direttamente gli stipendi dei militari. In generale, già all’indomani dell’esplosione che, il 4 agosto 2020, ha devastato il porto di Beirut, Parigi si è posta in prima linea, esercitando pressione sulle forze politiche libanesi affinché trovino un accordo su un nuovo governo, in grado di attuare le riforme economiche di cui necessita il Paese. Ad oggi, però, non è stata ancora trovata un’intesa, e il quadro finanziario e sociale del Libano continua a peggiorare.

L’8 luglio, poi, l’ambasciatrice francese in Libano, Anne Grillo, e quella degli USA, Dorothy Shea, hanno discusso della crisi libanese nel corso di colloqui a Riad. Non è chiaro chi siano stati i loro interlocutori sauditi, ma le due ambasciatrici hanno riferito, sui propri account Twitter, di aver discusso delle “modalità per sostenere il popolo libanese e stabilizzare l’economia”. Da parte sua, il Ministero saudita degli Affari esteri ha parlato di una riunione tra le due diplomatiche e il rappresentante della diplomazia per gli affari politici ed economici saudita, Eid ben Mohammad al-Thaqafi. Le discussioni dell’8 luglio hanno fatto seguito al meeting tra i ministri degli Affari esteri dei tre Paesi, svoltosi in Italia, a Matera, il 29 giugno, a margine del G20. Anche in tale occasione era stata messa in luce la necessità di coordinarsi per aiutare il Libano ad affrontare le condizioni difficili in cui versa. Parallelamente, le autorità libanesi erano state invitate ad “agire”, attraverso riforme urgenti, mettendo al primo posto l’interesse della nazione e non personale.

Stati Uniti, Francia e Arabia Saudita svolgono un ruolo chiave in Libano. I tre Paesi hanno contribuito alla stesura dell’accordo di Taef del 1989, che ha posto fine alla guerra civile del 1975-1990. È stato allora che è stata stabilita una condivisione del potere tra le comunità libanesi, con l’obiettivo di scongiurare ulteriori tensioni. Un altro attore chiave è l’Iran, nemico storico di Riad, ma sostenitore del partito sciita Hezbollah, anch’egli tra i protagonisti della politica libanese. Alla luce di ciò, il Regno del Golfo sembra essere restio a impegnarsi in Libano, mentre Washington e Parigi cercano di coinvolgerlo nelle proprie iniziative. Nel frattempo, la popolazione libanese lamenta condizioni di vita sempre più precarie e una perdurante svalutazione della lira libanese, dopo che è stato toccato un minimo record, raggiungendo un tasso di cambio pari a circa 18.000 lire rispetto al dollaro USA nel mercato nero, sebbene quello ufficiale continui a rimanere invariato, ovvero 1.507 lire per dollaro. In generale, la valuta libanese ha perso circa il 90% del proprio valore dall’inizio della crisi economica e finanziaria. Oltre ad essere la più grave registrata nel Paese mediorientale dalla guerra civile del 1975-1990, per la Banca Mondiale potrebbe trattarsi di una delle peggiori tre crisi registrate a livello internazionale negli ultimi 150 anni. Ad alimentare il malcontento vi è poi la scarsità di prodotti essenziali, primi fra tutti benzina e medicinali.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, il tasso di povertà in Libano è salito nel 2020 al 55%, dopo essere aumentato del 28% nel 2019. La percentuale di libanesi che vivono in condizioni di povertà estrema, invece, è passata dall’8 al 23%. Secondo sondaggi condotti alla fine del 2020 dal World Food Program, il 41% della popolazione accede con difficoltà a risorse alimentari e di prima necessità. Anche in ambito sanitario, il 36% dei libanesi non riesce a usufruire facilmente dell’assistenza sanitaria necessaria, una percentuale in crescita, se si considera che tra luglio e agosto questa era pari al 25%. Non da ultimo, il tasso di disoccupazione è aumentato dal 28% di febbraio 2020 a quasi il 40% riportato a novembre-dicembre dello stesso anno.

LUISS, Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, 9/7/2021




Una risposta alle sfide per la ripartenza. Editoriale di Stefano Laporta per Ecoscienza 2/2021


700 ANNI DOPO LA “REVISIONE” DEL PROCESSO A DANTE

Dante e il fascino esoterico dei numeri, un intervento del prof. Vincenzo Vespri, Ordinario di Matematica all’Università degli Studi di Firenze


ITALIA – IL PIANO NAZIONALE DI RIPRESA E RESILIENZA (PNRR)

Next Generation


SVIMEZ-ANIMI-CNIM-ARGE

UN PROGETTO DI SISTEMA PER IL SUD IN ITALIA E PER L’ITALIA IN EUROPA


AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE



MANIFESTO

“Ricucire l’Italia per un nuovo assetto Euro-Mediterraneo”


Articolo sul Manifesto del Corriere del Mezzogiorno

Servizio sul Manifesto

Manifesto per il Sud, proposte e rilancio

La Gazzetta del Mezzogiorno

Intervista a Francesco Profumo: “ho firmato quel Manifesto perchè l’Italia va ricucita


NEXT GENERATION EU, INIZIATIVA DI “UNO NON BASTA”

Vicenzo Balzani – Che cosa abbiamo imparato dalla pandemia.


APPELLO A DRAGHI DAL MONDO DELL’UNIVERSITA’

Vincenzo Balzani

A ogni cibo la sua impronta energetica

Per una grammatica speculativa del Mediterraneo: dal pensiero occidentale al pensiero meridiano.

di Giuseppe Limone, professore ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica all’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Relatore ufficiale dei Colloqui Mediterranei-COMEN.


Il modello di sviluppo va cambiato

Il messaggio del Club di Roma a 50 anni dalla fondazione: massimizzazione del profitto e salvaguardia del pianeta sono in un conflitto sempre più insanabile.

Mezzo secolo dopo la fondazione del Club di Roma, alcuni dei maggiori esperti di sviluppo sostenibile rilanciano l’allarme: non c’è più tempo da perdere, il nostro modello di sviluppo economico deve cambiare. È quanto emerso nelle celebrazioni del 50° anniversario del Club di Roma

Il nuovo rapporto Come on! ci dice che stiamo andando a sbattere, e la prima minaccia è proprio quella climatica.

Quando nacque per iniziativa dell’economista e imprenditore italiano Aurelio Peccei e del direttore scientifico dell’Ocse Alexander King, il Club di Roma sembrava un’entità visionaria. In realtà non si è trattato di visioni, ma di previsioni concrete e basate su studi scientifici.

Nel 1972 il rapporto The limits to growth, realizzato dal Mit, metteva nero su bianco una lista di conseguenze a cui avrebbe portato la crescita illimitata. La crisi petrolifera del 1973 fu in qualche modo il primo segnale d’allarme, ma nonostante tutto il paradigma di crescita ha continuato e continua a essere il modello preferito, addirittura l’unico, sembrerebbe, da politici e governi. Il risultato è che i quasi 8 miliardi di esseri umani oggi viventi hanno bisogno delle risorse prodotte da due pianeti Terra.

Il 17-18 ottobre 2018, per celebrare i suoi 50 anni, il Club di Roma, ha ospitato all’Istituto Patristico Augustinianum di Roma un evento, organizzato in collaborazione con il Wwf Italia, con relatori d’eccezione, tra i massimi esperti mondiali in tema di sostenibilità.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare un nuovo rapporto dal titolo eloquente, Come on!: un allarme e un monito secco a muoverci, a cambiare direzione. Il futuro è arrivato, e non possiamo più fingere di ignorarlo. In questo rapporto gli autori Ernst Ulrich von Weizsäcker e Anders Wijkman, co-presidenti del Club, in collaborazione con oltre 30 membri del Club di Roma, suggeriscono possibili soluzioni alle crisi ecologiche e sociali globali.

Dalla pubblicazione di I limiti alla crescita nel 1972 a Come on!, sulla Terra le cosesono cambiate a ritmo galoppante. Unritmo, purtroppo, devastatore, che nonpossiamo più permetterci. Basti pensareche gli esseri umani erano 3,5 miliardie oggi sono 7,6: il 117% in più, in solomezzo secolo.

Il mondo sta mancando l’obiettivo della sicurezza climatica e senza un cambiamento di rotta deciso, reale, alla fine del secolo la temperatura salirà di oltre 3 gradi. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera sono cresciute da 322 a 403 parti per milione.

Come prevedeva il Rapporto del 1972, alla crisi ambientale globale si sono aggiunte in questi ultimi due decenni quelle economiche, sociali, politiche e morali. Il mondo, insomma, continua ottusamente a camminare su strade sbagliate. Basti riflettere che per le misure di riduzione dei gas serra la comunità internazionale ha stanziato 100 miliardi di dollari, mentre gli incentivi globali che gli stessi governi forniscono alle fonti fossili sono 600 miliardi di dollari, sei volte in più.

Un’ostinazione quasi surreale, soprattutto a poche settimane dall’uscita del nuovo rapporto Ipcc. Raggiungere l’obiettivo stabilito a Parigi, afferma il Club di Roma è ancora possibile, ma solo se si accelera subito la riconversione green dell’economia.  La massimizzazione del profitto e la salvaguardia del pianeta sono in un conflitto sempre più insanabile.

ll rapporto Come on! ci dice chiaramente che stiamo andando a sbattere, e la prima minaccia è proprio quella climatica. Gli esperti del Club di Roma concordano: l’ultimo accordo che i governi mondiali sono riusciti a prendere nel 2015 a Parigi deve essere rinforzato da una trasformazione profonda e rapida dei sistemi di produzione e di consumo. La politica economica che continuiamo a perseguire, nata nel Settecento, ossia in un pianeta poco densamente popolato e sfruttato, può solo peggiorare le cose, tra guerre, povertà, perdita di interi habitat e specie.

È possibile intraprendere la strada della sostenibilità con una popolazione, un impatto ambientale e un degrado sociale in crescita? Grazie alla disponibilità di dati e statistiche ambientali, il Club di Roma ha elaborato scenari al 2030 e 2050 rispetto ai 17 obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Le proiezioni mostrano come, proseguendo nell’attuale situazione, Usa ed Europa non raggiungeranno gli obiettivi, mentre la Cina, partita dal basso, tenderà a centrarne molti più di quelli odierni.

L’impronta umana sta aumentando rapidamente e, se non invertita, alla fine porterà al collasso dell’economia globale.

Questo sostengono gli autori di Come on!, che propone un profondo ripensamento del modo in cui governi, imprese, sistemi finanziari, innovatori e famiglie interagiscono con il nostro pianeta. Al centro c’è il suggerimento di sviluppare un nuovo Illuminismo per un “mondo pieno”: non possiamo più dipendere da un modello sociale sviluppato per un “mondo vuoto”, in cui vivevano meno di un miliardo di persone. Gli esseri umani e gli animali da fattoria costituiscono il 97% del peso corporeo di tutti i vertebrati terrestri viventi sulla terra, quindi non sorprende che il restante 3% della fauna selvatica lotti per la sopravvivenza.

Accanto alla crisi ambientale ci sono crisi sociali, politiche e morali. Milioni di persone non ripongono più fiducia nei loro governi, la povertà è aumentata in molti paesi, negli Stati Uniti, e non solo, la classe media si sta rapidamente riducendo. Misurare il nostro successo sulla crescita del Pil si è dimostrato inadeguato a questo scopo e maschera anche una crescita della disuguaglianza tra ricchi e poveri. Nuovi indicatori come un vero indicatore di progresso potrebbero misurare più accuratamente il benessere, anche economico. L’attuale modello di sviluppo è seriamente imperfetto. La massimizzazione del profitto – che è ancora in primo luogo l’irrinunciabile principio del valore per gli azionisti – e il salvataggio del pianeta sono obiettivi ormai intrinsecamente in conflitto.

Il nuovo Illuminismo dovrebbe essere caratterizzato da un equilibrio notevolmente migliorato tra uomo e natura, tra mercati e legge, tra consumo privato e beni pubblici, tra pensiero a breve e lungo termine, tra giustizia sociale e incentivi per l’eccellenza. I progressi della tecnologia saranno cruciali. Abbiamo bisogno di evoluzioni tecnologiche dirompenti in molti settori, non ultimo per ridurre le emissioni di gas serra. Ma le evoluzioni devono essere bilanciate dagli sforzi per sostenere i soggetti più vulnerabili, sia tra le aziende che tra i lavoratori. Un passaggio verso un’economia circolare può aiutare a superare la scarsità di minerali, a ridurre significativamente le emissioni di carbonio e ad aumentare il numero di posti di lavoro. L’agricoltura rigenerativa contribuirà a fermare l’erosione del suolo, migliorare i raccolti e costruire carbonio nel suolo. Si devono fare sforzi per frenare il settore finanziario aumentando le riserve di capitale e il controllo della creazione di moneta.

La società civile, le comunità di investitori e le comunità di ricerca e istruzione dovrebbero diventare attori forti e consapevoli nella necessaria trasformazione che questo passaggio storico richiede.

21/11/2018

(Fonte: www.arpae.it)


Giorgio La Pira e i Colloqui mediterranei

di Nino Giordano (23/2/2020 – CET)



L’impegno del Cnr-Consiglio Nazionale delle Ricerche/Ismed, Istituto di Studi sul Mediterraneo

Salvatore Capasso, Direttore Generale, Relatore COMEN ai Colloqui 2020-2021


Lo sviluppo sostenibile nella regione Mediterranea

di Filippo Sardella, Istituto Analisi Relazioni Internazionali

La regione del Mediterraneo si caratterizza per numerose opportunità in termini di risorse e potenzialità del territorio, a cui, tuttavia, si affiancano sfide di carattere sociale, ambientale e tecnologico. Nei prossimi dieci anni, i Paesi del Mediterraneo sono chiamati a sviluppare partenariati e forme di cooperazione che consentano di adottare una strategia comune per raggiungere obiettivi di crescita condivisi, coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Tre continenti, oltre 24 Stati, 520 milioni di persone, numerosi popoli e culture: la regione mediterranea. La regione, costituita dai Paesi del bacino del Mediterraneo e da quelli ad essi vicini per influenza e cultura, rappresenta un eccezionale esempio di incontro tra diverse civiltà e società, legate tra loro da una storia comune. L’area, tuttavia, si contraddistingue anche per le numerose opportunità in termini di risorse, biodiversità e potenzialità del territorio, talvolta inespresse, che la caratterizzano. Al mare di opportunità che spesso hanno reso la regione mediterranea teatro di scontri geopolitici, però, si affiancano anche numerose sfide di carattere sociale, ambientale, demografico e tecnologico. In particolare, i Paesi mediterranei hanno bisogno di sviluppare forme di cooperazione che consentano di adottare una strategia comune per raggiungere obiettivi di crescita condivisi, coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e con i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs – Sustainable Development Goals).

Attualmente, la regione mediterranea registra già un discreto livello di avanzamento rispetto al raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, come si deduce dal valore dell’SDG Index. L’indice, infatti, monitora la performance relativa al conseguimento dei risultati di sviluppo sostenibile e, servendosi di una scala di valori compresi tra 0 e 100, attribuisce a ciascuno Stato un punteggio, che nel caso della regione mediterranea nel suo complesso è pari a 73.5. Nonostante ciò, ci sono alcune questioni verso cui i singoli governi nazionali sono chiamati a rivolgere la loro attenzione affinché nei prossimi dieci anni vengano compiuti gli sforzi necessari per colmare gli attuali gap e per raggiungere con successo i target definiti delle Nazioni Unite. Tra le questioni di maggiore rilevanza si evidenziano, in particolar modo, quelle connesse al cambiamento climatico, alla salvaguardia dell’ambiente e degli ecosistemi. Nel suo recente rapportoState of the Environment and Development in the Mediterranean”, l’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, rende noto che, in mancanza di interventi adeguati e coordinati da parte delle istituzioni governative, l’area del Mediterraneo andrà incontro a danni irreversibili. La regione mediterranea, infatti, è tra le più vulnerabili ai cambiamenti climatici, preceduta solo dall’Artico. La sua temperatura sta aumentando più rapidamente che in altre regioni del mondo e l’inquinamento sta mettendo a rischio la salute umana, la biodiversità e la stabilità degli ecosistemi. Inoltre, alle problematiche ambientali e alle sue ripercussioni sulla qualità della vita e sul turismo, si aggiunge anche l’aumento della disuguaglianza sociale, con un inevitabile impatto negativo sul sistema economico. Senza dubbio, dati del genere fanno sì che per i leader dei Paesi mediterranei sia necessario riordinare le priorità dell’agenda politica e progettare nuove strategie attraverso cui perseguire uno sviluppo sostenibile. È proprio ai leader politici della regione mediterranea che si rivolge un altro importante documento, il Report 2020 “Sustainable Development in the Mediterranean – Transformations to achieve the Sustainable Development Goals”.

Il report, realizzato nell’ambito di una collaborazione tra il Sustainable Development Solution Network for the Mediterranean Area (SDSN Med), il Sustainable Development Solution Network delle Nazioni Unite (UN SDSN) e il Santa Chiara Lab dell’Università di Siena, analizza lo stato di avanzamento verso gli SDGs per ciascuno dei 24 Paesi della regione del Mediterraneo, individuando le criticità che ostacolano il conseguimento dei 17 Obiettivi di sviluppo individuati dalle Nazioni Unite e indicando le possibili strategie da adottare per favorire la transizione verso una società sostenibile. L’obiettivo del report, infatti, è quello di definire un insieme di politiche e best practice comuni, una sorta di roadmap che possa supportare in maniera concreta le istituzioni e gli attori coinvolti nel processo decisionale nell’attuazione dell’Agenda 2030 dell’ONU. La definizione di una strategia di trasformazione regionale, orientata verso una crescita economica sostenibile, risulta ancora più determinante a seguito della diffusione della pandemia di Covid-19. L’impatto socioeconomico delle restrizioni adottate per contenere la diffusione del virus, infatti, rischia di innescare una crisi di portata tale da far passare in secondo piano l’attenzione per i temi ambientali, annullando, di fatto, il temporaneo impatto positivo che il primo lockdown aveva avuto sull’ambiente. Al fine di delineare la migliore strategia per ciascuno dei grandi processi trasformativi individuati dal Rapporto sullo sviluppo sostenibile realizzato da UN SDSN nel 2019, SDSN Med ha istituito 6 “Mediterranean Hubs”, centri suddivisi per competenze tematiche. In particolare, i 6 hubs si occuperanno di contribuire alla definizione delle politiche di sviluppo in relazione alle seguenti tematiche: educazione, disuguaglianze sociali e disuguaglianza di genere (SDSN Francia); salute, benessere e demografia (SDSN Spagna); energia, decarbonizzazione e produzione sostenibile (SDSN Grecia); cibo sostenibile, suolo, acqua e mare (SDSN Mediterraneo – Italia); città e comunità sostenibili (SDSN Turchia); rivoluzione digitale (SDSN Cipro).

All’evento di presentazione del report, la scorsa settimana, ha partecipato anche il Segretario Generale dell’Unione per il Mediterraneo (UfM), Nasser Kamel. Nel ricordare che quest’anno ricorre il 25° anniversario del Processo di Barcellona, Kamel ha sottolineato l’importanza dei partenariati, del dialogo e della condivisione di una visione comune da parte degli attori della regione mediterranea. La transizione verso una crescita basata su uguaglianza dei diritti, salvaguardia dell’ambiente, rivoluzione digitale e sviluppo di città sostenibili, infatti, comporta certamente numerose opportunità, insieme ad altrettante sfide. La sfida principale, dunque, è quella di attivare ed incrementare i programmi di cooperazione tra Stati mediterranei, al fine di dare attuazione alle politiche necessarie per conseguire gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Tutto questo, infatti, rafforzando il dialogo tra l’Europa occidentale, i Paesi sud-europei, il Medio Oriente e il Nord Africa, darebbe uno slancio all’economia dell’area e migliorerebbe la stabilità geopolitica dell’intera regione mediterranea.

Filippo Sardella | 17 novembre 2020


Vincenzo Balzani, Professore emerito dell’Università degli Sudi di Bologna

IL PUDORE, LA RESPONSABILITÀ Il Protagora di Platone interroga i tempi contemporanei?

Giuseppe Limone, Ordinario di Filosofia del Diritto e della Politica, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” – Relatore COMEN ai Colloqui 2020-2021

“Sul pudore e sulla responsabilità” è fresco di stampa presso Franco Angeli Editore


La “lezione” dell’epidemia secondo Giraud*

La pandemia ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l’ultima. La deforestazione – così come i mercati della fauna selvatica di Wuhan – ci mette in contatto con animali i cui virus non ci sono noti. Lo scongelamento del permafrost minaccia di diffondere pericolose epidemie, come la spagnola del 1918, l’antrace, ecc. Lo stesso allevamento intensivo facilita la diffusione di epidemie. (…)   Molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili. (…)
  Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato.

(*) Gaël Giraud, Economista di fama internazionale, gesuita, Direttore di ricerche al CES – Centre d’économie de la Sorbonne, Paris – School of Economics; Direttore del Centro per la giustizia ambientale della Georgetown University di Washington.

Fonte: www.emi.it/l-articolo-definitivo-sul-virus-di-giraud


Maurizio Gallo, Mnemosyne, grafica

IL VALORE DELLA MEMORIA

Paola Barbara Helzel, Università della Calabria, Filosofia del Diritto e Diritti Umani (*) – Relatrice COMEN ai Colloqui 2020-2021.

La memoria, da sempre ha affascinato la speculazione filosofica, tant’è che nel mondo greco è rappresentata dalla dea Mnemosyne, figlia di Urano e di Gaia, – congiungimento del cielo e con la terra, del lontano con il prossimo – appartenente al gruppo delle Titanici. La leggenda narra che «nove notti con lei si unì il saggio Zeus, salendo sul talamo sacro, in disparte dagli altri immortali; ma allorché trascorse il periodo dell’anno, ella generò nove figlie, eguali nell’animo e nella mente, cui il canto sta a cuore».
Le nove Muse, Clio, Euterpe, Talia, Melpomene, Tersicore, Erato, Polinnia, Urania, e Calliope – non sono soltanto le cantatrici divine, ma presiedono al Pensiero, sotto tutte le sue forme: eloquenza, persuasione, saggezza, storia, matematica, astronomia. Una presenza – è stato sottolineato – che «è pensiero rivolto all’indietro. Raccoglimento del pensiero intorno a quel che è lontano, o perduto». Ciò spiega il perché come narra Esiodo nella Theogonia – furono partorite «nella Pieria, poiché fossero l’oblio dei mali ed il sollievo degli affanni». In questo senso, Mnemosyne, in quanto madre delle Muse, ha la funzione di “memoria attiva”, la «divina capacità di suggerire ai poeti i temi del canto». Questo spiega come, funzione della memoria sia quella di annullare «la barriera che separa il presente dal passato», gettando un ponte «tra il mondo dei vivi e l’aldilà a cui ritorna tutto ciò che ha lasciato la luce del sole».

Sull’onda della tradizione platonica, la memoria è stata pensata come mezzo di ascesa verso il mondo ultraterreno, connettendola, implicitamente, con l’immaginazione e la fantasia, e soprattutto considerandola nel suo imprescindibile legame con il tempo. Ciò è esplicito nei dialoghi platonici in cui la connessione tra memoria e pensiero è l’effetto di un processo voluto che collega l’evento passato al tempo presente. Così, “l’anima-memoria” si riempie di contenuti non esplicitamente conosciuti, ma già precedentemente acquisiti. Mnemosyne, quale potenza soprannaturale, allora, si interiorizza, «diventando nell’uomo, la facoltà stessa del conoscere». In questo modo, la memoria assurge a momento fondamentale, in quanto il legame che viene ad istituirsi tra il ricordare ed il pensare conduce alla via della conoscenza. Apprendere, nel pensiero platonico, è sinonimo di ricordare, un «rientrare in un “mondo delle Idee”». Questo perché il sapere, in Platone, proviene da
un’esistenza prenatale, in cui l’anima libera dalla corporalità arriva a contemplare le idee eterne. Poiché parlare di memoria significa far riferimento ai ricordi, alle esperienze del passato, agli episodi della vita trascorsa, al tempo passato, allora Platone nel Teeteto suggestivamente paragona le anime ad un blocco di cera «da imprimere […].

Codesta cera è dono di Mnemosine, madre delle Muse ed in essa, esposta alle nostre sensazioni ed ai nostri pensieri, veniamo via via imprimendo, nella stessa maniera con la quale si incidono dei segni quali sigilli, qualunque cosa vogliamo ricordare, fra quelle che vediamo ed udiamo o pensiamo autonomamente da noi stessi. E ciò che qui è stato impresso noi lo ricordiamo e quindi lo conosciamo finché la sua immagine permane». Il richiamo alla cera, infatti, rimanda all’operazione di imprimere qualcosa su un materiale in grado di accoglierne l’impronta e conservarla. In questo modo, l’operazione di incisione –quale metafora della memorizzazione– dà luogo alla memoria come registrazione e custodia dei segni che rimandano alle cose memorizzate e di cui sono appunto segni.

La memoria, dunque, rappresenta la traccia, la formazione di ogni espressione evolutiva, di ogni conquista adattativa, fornendo, altresì, la prova di un cambiamento avvenuto. Il mondo così come appare, è «la rappresentazione di una memoria che dalle origini dell’universo, mediante innumerevoli eventi e trasformazioni, è diventata realtà attuale e inizio di altre forme. Il tempo trascorre attraverso una continuità di fenomeni che ne caratterizzano il procedere e lo definiscono come memoria».

In altri termini, «la memoria sarebbe un passato presente ovvero passato presente in modo differente». Alle spalle di questo procedimento di recupero del passato, sembra esservi la «negazione della perdita», ovvero, un artificio orientato a ristabilire uno stato presente in cui si vive. La memoria è, dunque, il prodotto delle esperienze vissute, la testimonianza – il più delle volte inconscia – del senso delle cose che si fanno e si trasmettono.

(*) Tratto da “Il fondamento dell’identità nella dialettica tra memoria e ricordo”.



Un dialogo tra le culture mediterranee

Danilo Zolo, filosofo e giurista*

Che senso può avere, in questo quadro globale così turbolento e allarmante, definire un’area culturale ‘mediterranea’ e proporsi di avviare al suo interno un dialogo interculturale? E’ una fuga dalla realtà? E’ una divagazione letteraria – impastata di terra, di mare e di sole – sull’onda della struggente suggestione ‘meridiana’ che ancora promana dall’opera di Albert Camus? E’ celebrare retoricamente il nazionalismo del sole, della vite, dell’ulivo e degli agrumi? Non è forse vero che il Mediterraneo è ormai un prezioso fossile della protostoria umana, un piccolo mare emarginato dalle dimensioni ‘oceaniche’ del mondo tecnologico-informatico? Non è una periferia lenta, inefficiente e corrotta dell’Occidente, senza prospettive se non quelle del piccolo cabotaggio turistico-commerciale? E non è stato il mare delle guerre di religione, il teatro di alcuni dei drammi più acuti e feroci del nostro tempo? Esaltare il ruolo di un mare marginale e pieno di conflitti non è una nobile e anacronistica utopia?

Forse è proprio così, ma la nostra sfida è che non sia così, o che non sia soltanto così. In Land und Meer Carl Schmitt ricorda che il geofilosofo tedesco Ernst Knapp, nel suo libro Philosophische oder vergleichende allgemeine Erdkunde, del 1845, aveva classificato le grandi civiltà antiche assumendo l’acqua come criterio della sua tassonomia. Aveva distinto tre tipi di civiltà: le culture potamiche, quelle talassiche e quelle oceaniche. Per Knapp la storia del mondo inizia con la civiltà potamica, e cioè la civiltà fluviale degli assiri, dei babilonesi e degli egizi, fiorita nel territorio mesopotamico compreso fra il Tigri e l’Eufrate e lungo il Nilo. Segue la civiltà talassica e cioè la civiltà dei mari interni e del bacino del Mediterraneo, cui appartengono l’antichità greco-romana e il medioevo mediterraneo. Infine, con la scoperta dell’America e la circumnavigazione della terra, si afferma la civiltà ‘oceanica’: inaugurata dai popoli iberici sarebbe stata dominata – lo è tuttora – dagli anglosassoni.

Rilevante o meno che sia questa tassonomia geofilosofica, è di grande interesse e suggestione, a mio parere, la grandiosa metafora che Carl Schmitt ne ha ricavato, opponendo la dimensione talassica del Mediterraneo – un mare interno e una civiltà costiera, fatta di terra e di mare – alla dimensione oceanica. L’oceano per Schmitt è il luogo della non-politica perché non conosce confini: è lo spazio dell’assenza di identità e cioè del cosmopolitismo, della indifferenziazione degli uomini e della omologazione culturale. E’ una superficie liscia e amorfa, presente ovunque sul pianeta senza determinazioni significative, che non può essere né abitata, né coltivata, dove non è possibile costruirsi un nido e dargli un nome. L’oceano è perciò lo spazio dei comportamenti esplorativi, della conquista senza misura e senza regole, dei fondamentalismi. E’ lo spazio della pirateria e della potenza imperiale.

Di contro, il Mediterraneo, come suggerisce il suo stesso nome, è un mare fra le terre, un mare che le divide e le collega nello stesso tempo. E’ un mare diverso dagli altri perché porta dentro di sé il problema del rapporto fra identità diverse, della loro difficile ma necessaria convivenza. E’ un pluriverso irriducibile di popoli e di lingue che nessun impero mondiale oceanico è riuscito a ridurre ad unum. Il Mediterraneo è un mare di frontiera, un mare su cui si affacciano tre continenti e tre religioni monoteistiche (quattro se si pensa alla divisione dei cristiani in cattolici e ortodossi) che non sono mai riuscite a prevalere l’una sull’altra. La sua posizione di confine ne dovrebbe fare il luogo privilegiato del dialogo interculturale e della ‘misura’ (‘misura’ è una parola cara a Camus): il luogo dove, nonostante le guerre sante cattoliche e le guerre sante islamiche, le crociate, la reconquista, il duplice assedio ottomano di Vienna e le tristi pagine del colonialismo e della sanguinosa liberazione coloniale, non si sono mai affermati stabilmente né universalismi, né fondamentalismi. Il Mediterraneo come tale non è mai stato monoteista. Persino Venezia, la città che ha dominato il mediterraneo orientale per cinque secoli, è stata la patria della tolleranza verso le opinioni religiose e filosofiche e ha offerto asilo alle idee liberali e all’emigrazione politica. E l’Impero ottomano non è mai stato quel regime oscurantista e oppressivo che veniva dipinto nell’Europa dell’Ottocento: è stata una formazione politica complessa e sofisticata, che in materia di tolleranza religiosa si è mostrata spesso più liberale di molti paesi europei.

Nel Mediterraneo non è mai esistita un’unica ortodossia religiosa e una lingua sacra, intraducibile in lingue volgari: tutte le lingue sono state tradotte l’una nell’altra. Nell’Egeo è fiorita una delle più grandi civiltà filosofiche di tutti i tempi. La civiltà greca era per essenza politeista: i suoi déi si combattevano in una libera interazione conflittuale fra potenze divine. I suoi pilastri erano la filosofia, la tragedia, la logica, l’osservazione scientifica, la matematica.

Come è noto, sono stati degli studiosi arabi ad assimilare per primi l’eredità della filosofia e della scienza greche. E i grandi testi della sapienza ellenica sono arrivati all’Europa occidentale grazie a traduzioni di traduzioni, e grazie alla mediazione di grandi filosofi arabi – non di teologi – come Al Farabi, Al Kindi, Avicenna e Averroè. Come ha scritto Franco Cassano, l’identità europea è fondata sui trasferimenti da una sponda all’altra, sui transiti e sugli arrivi, sugli scambi, gli incroci, le contaminazioni, le traduzioni e le impurità: il suo eroe è Ulisse, eroe di piccolo cabotaggio, uomo della partenza e del ritorno, che impiega dieci anni per arrivare a Itaca.


Quale modernità mediterranea?

di Danilo Zolo*

La modernizzazione è l’imperativo categorico del nostro tempo, corollario normativo dei processi di globalizzazione. Modernizzazione e globalizzazione tendono a rimuovere le tradizioni o, per lo meno, a ignorarle, abbandonandole al loro destino particolaristico, come pura ridondanza folcloristica. Ma le tradizioni non arrivano sino a noi dal passato per una sorta di inerzia culturale: sono una invenzione del presente che richiede una costante rielaborazione culturale. Si può dire che i processi identitari collettivi si alimentano proprio di questa vivente rielaborazione della tradizione, di questa permanente interazione fra tradizione e modernità. E dunque ci si può chiedere: quale rielaborazione delle tradizioni mediterranee è oggi possibile e auspicabile come base di un pensiero, di un linguaggio, di una identità mediterranea non appiattita sull’attualità senza volto della modernizzazione globale?

La mia opinione personale è che la deriva secolarizzante della modernità non deve significare il rifiuto delle radici culturali dei popoli, radici culturali che sono in larga parte religiose. I legami di appartenenza civile e politica sono fortemente influenzati dalle iconografie religiose, così ricche di suggestioni antropologiche, di motivazioni e di sostegni normativi dell’esistenza individuale. L’abbandono dall’etnocentrismo religioso – abbandono necessario per superare il dispotismo totalitario del pensiero dogmatico – richiede che ciascuno per la sua parte si sforzi di cogliere il lato oscuro e aggressivo della propria cultura, che metta a nudo le pericolose illusioni del proprio nobile universalismo. Il dialogo interculturale richiede una critica degli aspetti dogmatici delle antiche religioni, della loro pretesa di regolare in modo autoritario ogni aspetto della nostra vita. Ma se ciò esige da parte di ciascun credente un atteggiamento critico e aperto al dialogo con le altre fedi, non impone la negazione delle radici religiose di ciascun popolo.

E sul piano dell’organizzazione pubblica la modernità non può non significare un certo grado di differenziazione fra i sottosistemi primari del sistema sociale, a cominciare dalla differenziazione fra il sistema religioso e il sistema politico. La distinzione fra sfera politica e sfera religiosa è la condizione strutturale che rende legittimo il pluralismo delle fedi e la loro pratica pubblica e privata. Questo vale anzitutto per i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, dove la Chiesa cattolica romana – una organizzazione gerarchica e autoritaria, che al suo interno discrimina pesantemente il genere femminile – tende a imporre i suoi dogmi anche con mezzi politici e giuridici: dall’etica sessuale alla concezione della famiglia, alla scuola, alla bioetica. Questo vale anche per lo Stato di Israele, che è uno Stato sionista, e di fatto confessionale. E vale anche per le teologie islamiche che influenzano più o meno intensamente le culture arabe mediterranee.

Rifuggendo dagli universalismi etici e dai dogmatismi religiosi la modernità mediterranea dovrebbe ispirarsi a un ‘pluriversalismo’ etico-religioso tollerante e inclusivo. L’universalismo divide gli uomini perché nega la diversità e la complessità nel momento stesso in cui aspira al consenso universale. Il monismo, filosofico o teistico, tende per sua natura al fondamentalismo: nel cuore del suo cuore si annida l’intolleranza, il razzismo, il colonialismo culturale, la sindrome missionaria.

Ma – ecco un punto molto importante – non ci sono soltanto gli arcaici fondamentalismi religiosi con cui fare i conti. C’è anche il fondamentalismo della modernità: è il fondamentalismo di quelle élites politiche e culturali che al di fuori del cerchio della modernità vedono solo barbarie, oscurantismi, oppressioni e repressioni. C’è nel mondo occidentale un fondamentalismo acquisitivo e consumista, dominato dalla competizione, dall’efficienza produttiva e dalla velocità. E’ un mondo senza misura e senza bellezza – penso di nuovo a Camus -, nel quale lo sviluppo dell’economia e della tecnica non incontra alcuna resistenza, perché l’unico elemento sacro è il dominio dell’uomo sulla natura. E la natura – l’ambiente della nostra vita quotidiana – ne viene orrendamente devastato e avvelenato. E c’è persino – è uno degli aspetti più drammatici della globalizzazione – un fondamentalismo dei diritti dell’uomo e della democrazia. In nome di questo universalismo umanitario l’Occidente ha scatenato guerre di aggressione nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq.

La metafora schmittiana che contrappone il mare all’oceano può essere dunque attualizzata nei termini di una opposizione fra la dimensione mediterranea e la dimensione atlantica. Nell’era della globalizzazione si è affermata l’egemonia delle potenze anglosassoni: potenze oceaniche e cosmopolitiche. La loro egemonia porta con sé effetti conclamati: la perdita di identità dei popoli, l’uniformità degli stili di vita, l’appiattimento delle culture, l’imposizione delle forme mercantili e tecnologiche, l’omologazione delle forme giuridiche, la fine della politica. E comporta, nello stesso tempo, per usare il linguaggio di Ulrich Beck, l’emergere di una “società globale del rischio” (globale Risikogesellschaft), nella quale le barriere protettive sono infrante e i nidi distrutti, dove la politica non è più protezione e riduzione della paura ma, al più, allocazione autoritaria dei rischi. Come sostiene Zygmunt Bauman, nel mondo globalizzato l’insicurezza, il disorientamento, l’angoscia aumentano vistosamente. E i nemici (i diversi, gli stranieri, i terroristi) si annidano in ogni spazio sociale e contro di loro si scatenano arcaiche pulsioni sacrificali, al di là della crescente repressione poliziesca e della ‘guerra senza fine’.

Il dialogo mediterraneo che stiamo auspicando potrebbe tentare di inserire una nota diversa, aprire un’esile breccia nella minacciosa compattezza degli schieramenti manichei che di nuovo dividono il mondo, sostituendo al fatalismo di una modernizzazione aggressiva il senso della misura e del possibile.

Fonte: www.juragentium.org/topics/med/tunis/it/zolo; Jura Gentium – Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale.

* Danilo Zolo, filosofo e giurista, autore di una vasta riflessione sul pluralismo giuridico e sulla giurisdizione penale nell’epoca della globalizzazione, che ha sempre coniugato con la sensibilità per la Pace e i Diritti umani nei contesti di conflitto internazionale. Morto a 82 anni nella sua Firenze il 17 agosto 2018.


La Campana della Pace, dei Ladini e di tutte le Minoranze linguistiche del mondo. Una splendida iniziativa sotto la guida di Leopoldo Rizzi da Sindaco di Vigo di Fassa.

di Luigi Calabrese

FONDERIA MARINELLI- UNA CAMPANA MONUMENTALE DEDICATA ALLE MINORANZE ETNICHE.

Campobasso, 19 febbraio 2019 – Presso la Pontificia Fonderia di Campane Marinelli avviene la fusione di una grande campana-monumento dedicata “alla Pace, ai Ladini e a tutte le minoranze etniche del mondo”

A ciascuna delle  506 minoranze etniche del mondo è dedicata una delle stelle che decorano la preziosa opera. Essa sarà collocata nel piazzale antistante al venerato santuario di Santa Giuliana di Vigo (Trento) ed espanderà i suoi rintocchi molto significativi in tutta la Val di Fassa infrangendosi sui maestosi graniti  dolomitici.Un lavoro particolarmente impegnativo per la Marinelli di Agnone che ha richiesto circa un anno di lavoro sia per la complessità degli intenti poetici ed artistici  che per la scelta tonale davvero inconsueta. Sarà infatti il primo bronzo programmato con una taratura a 432Hz, la frequenza chiamata ”aurea”, quella della vita e dell’armonia, quella dei suoni della Natura  tanto amata da Mozart e da Verdi che ritenevano conferisse al suono forza, pienezza e maestosità oltre che elevati effetti benefici per la salute. L’iniziativa è nata in terra a minoranza linguistica ladina, patrimonio UNESCO, per valorizzare e portare in evidenza oggi più che mai il “preciso significato di pace e fratellanza che accomuna i popoli di ogni minoranza” usando il linguaggio iconografico dei simboli e delle frasi( anche in lingua ladina) che possono raccontare valori storici e culturali. La campana è stata ideata, promossa e curata in ogni fase di realizzazione dal Comm. Leopoldo Rizzi , Sindaco di Vigo di Fassa fino al 2017, oggi Vice Procurador della Val di Fassa ma anche docente universitario, economista, giornalista e uomo di profondissima sensibilità e cultura. Per le sue peculiarità il progetto ha ottenuto il Patrocinio OSCE( organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) per espressa volontà dell’ambasciatore Lamberto Zannier, High Commissioner on National Minorities.

La campana, di oltre 3 metri di circonferenza e peso di circa 800 kg, reca numerosissimi  fregi,  tutti originali ed esclusivi, di straordinaria bellezza ed interesse, plasmati e armonicamente distribuiti dalla scultrice Paola Patriarca che da oltre 20 anni realizza le decorazioni per le prestigiose opere sonore della Fonderia Marinelli, l’Azienda artigiana più antica al mondo che, orgogliosa,  conserva i tradizionali procedimenti di lavorazione in uso nel medioevo. Elementi centrali sono le figure dei Santi venerati nella Valle: Santa Giuliana, patrona delle minoranze etniche ladine( e mondiali)ripresa dall’iconografia 400esca; san Giovanni Battista e San Michele Arcangelo. Tutti  sono portatori della voce di Dio simboleggiata, secondo s. Paolo, dalla “spada a doppio taglio”. Fra la miriade di stelle che caratterizzano la campana riconosciamo due elementi michelangioleschi presi dagli affreschi della cappella Sistina: il particolare della mano di Dio che infonde la vita sfiorando quella di Adamo e del Giudizio universale (l’alfa e l’omega). Troviamo inoltre gli stemmi delle Province e dei Comuni della Valle, le medaglie del Pontefice e del Presidente della Repubblica, quella del Global Compact con accredito dell’ ONU e tante altre formule e simbolismi che fanno di questa un’opera unica, un raro testo dalla lettura attenta, complessa ed evocativa in cui nulla è lasciato al caso o è puro ornamento. Decisive sono le iscrizioni con grandi pensieri espressi da menti spirituali quali Gandhi, Maometto, Buddha ed Einstein. Infine lunghe iscrizioni percorrono tutta la base della campana: vi si leggono due articoli della Dichiarazione adottata dall’assemblea generale ONU del 1992. Essi sono firmati dal prof. Fausto Pocàr, giurista ed accademico, già Presidente del Comitato per i diritti Umani delle Nazioni Unite. Il prof. Pocàr parteciperà al grande evento della fusione della campana rendendo ancor più rilevante questa storica nascita che sarà eccezionalmente benedetta dall’ Arcivescovo Giovanni Tonucci, delegato pontificio presso la basilica di Sant’Antonio di Padova. Sua Eminenza ha desiderato fortemente presenziare alla nascita di questa  eloquentissima ultima nata della Fonderia Marinelli, nella piccola e fiera terra del Molise. Da qui la campana inizierà un lungo viaggio che avrà come prima tappa il Vaticano per riceve la Benedizione Papale, quindi riceverà un rintocco augurale dal Presidente Mattarella in Quirinale. Proseguirà per espandere rintocchi di pace verso le basiliche di San Francesco ad Assisi, di Loreto e Sant’Antonio, a Padova. Resterà per qualche giorno in mostra presso la sede ONU di Ginevra e, prima della collocazione definitiva a Vigo di Fassa, sarà ospite del santuario di Pietralba (Bz).


La Grecia e il mediterraneo: l’importanza strategica di un piccolo paese

Vittorio Da Rold, giornalista – Il Sole 24 Ore

Quanto vale la Grecia? Il 2% del Pil dell’Europa. Briciole in termini strettamente economici. Ma se guardiamo alla Grecia in termini geopolitici allora questo diventa un paese strategico del Mediterraneo e dei Balcani, aree a cui non mancano tensioni e criticità. Partiamo da una premessa storica: l’ingresso nella Ue di Atene non era affatto scontato. L’allora leader del Pasok, il socialista Andreas Papandreou, una figura storica nella vita politica ellenica, condusse con successo una campagna elettorale negli anni Ottanta basandosi sul rifiuto di questa appartenenza, salvo poi cambiare idea una volta andato al Governo. Papandreou vedeva una Grecia posta come ponte tra l’Occidente e il Medio Oriente, inserita nei Balcani, con forti legami religiosi e culturali con Mosca. Una realtà composita in frizione con la Turchia soprattutto sulla  divisione di Cipro in seguito al tentativo di Nicosia di unificazione con Atene e alla successiva invasione del 1974 da parte dell’esercito turco.

La questione cipriota è una ferita ancora aperta che non ha trovato soluzione: è ancora l’ultimo muro che divide una capitale in Europa, nel disinteresse generale. Neppure le recenti scoperte di giacimenti di idrocarburi nel mare cipriota hanno modificato questo scontro tra la parte greca e la componente turca dell’isola. Anzi in qualche modo l’hanno aggravato perché i greco-ciprioti vanno avanti nelle esplorazioni nonostante la Turchia rivendichi diritti di tutela sulla parte turca e lanci moniti a non proseguire senza accordi preventivi con Ankara. Decisiva sarà la posizione degli Stati Uniti e dell’Unione europea che per ora però non sembrano aver trovato ancora il giusto modo per convincere le parti in lite a una intesa.  Anche Israele è interessata allo sfruttamento dei giacimenti nel Mediterraneo orientale e progetta addirittura di costruire gasdotti che trasportino il gas in Grecia e da qui nelle reti europee con lo scopo di ridurre la dipendenza della Ue dal gas russo. Un elemento che Washington vede positivamente in un momento in cui la crisi ucraina ha rimesso in discussione i rapporti con il presidente russo, Vladimir Putin.

Come si vede, qualsiasi elemento si prenda in esame ad Atene è l’elemento strategico quello che alla fine prevale. Nella recente crisi del debito sovrano greco che ha portato al prestito nel 2010 e nel 2012 di 240 miliardi di euro da parte di Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale, la cosiddetta troika. Proprio quest’ultima invitò il governo greco a privatizzare alcuni asset per ridurre il debito pubblico. Atene propose di vendere la società greca per il trasporto del gas ma quando Gazprom, il gigante energetico del Cremlino, si fece avanti con la migliore offerta, Bruxelles chiese ufficiosamente che non se facesse niente per evitare che la società russa acquisisse un peso eccessivo nel mercato greco. Un esempio tra tanti che chiarisce come l’importanza strategica del paese mediterraneo di soli 11 milioni di abitanti sia molto più ampia di quanto si possa pensare. Altro tema molto rilevante sono i flussi migratori che passano dalla frontiera di terra della Turchia con Atene senza praticamente contrasti da parte di Ankara. Le numerose richieste greche verso il governo di Ankara di fermare il flusso migratorio di clandestini sono finora rimaste inascoltate. Addirittura Alba dorata, un partito di estrema destra greco, ha proposto di ”minare” la frontiera con la Turchia come gesto estremo per fermare il flusso di clandestini che ha superato, secondo stime non ufficiali, il milione in un paese di appena undici milioni di abitanti complessivi, isole comprese. Ai clandestini di terra si aggiungono quelli di mare: una sfida che Atene fa sempre più fatica a fronteggiare. Spesso i clandestini sono tollerati solo perché visti come di passaggio, cioè diretti verso l’Italia o altri paesi europei. I recenti episodi di terrorismo jihadista in Europa hanno però posto il problema di questo “ventre molle” della frontiera meridionale europea. Un elemento che probabilmente riproporrà l’importanza strategica della Grecia per la Ue anche in questo settore.

fonte: www.ispionline.it/it/


La Tunisia, un esempio di dialogo interculturale e interreligioso

Soumaya Bourougaaoui, docente di lingua e civiltà italiana all’Università di Tunisi – Relatrice COMEN ai Colloqui 2020-2021

La Tunisia, nella sua storia è diventata simbolo di accoglienza: sempre aperta e tollerante, è il luogo dell’incontro dove non si impongono limiti culturali, religiosi o politici. Promuove le diversità, resta un modello di pluralismo e di incrocio di religioni e culture. Ricordiamo le parole di Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, intervenendo all’Assemblea dei rappresentanti del popolo tunisino (Arp) nel febbraio 2016: «La Tunisia è un modello di pluralismo e tolleranza».

La Tunisia è indiscutibilmente un esempio di convivenza pacifica e del dialogo interculturale ed interreligioso. Non si scorda Sidi Mehrez (951-1022), considerato il patrono di Tunisi, che è stato soprattutto convinto protettore delle minoranze religiose… Il suo nome è legato alla fondazione del quartiere ebraico della città vecchia di Tunisi ovvero Elhara, per quasi 10 secoli, Elhara è stato effettivamente il cuore pulsante della comunità ebraica di Tunisi, la cui localizzazione sarebbe stata scelta gettando un bastone dall’alto della moschea che oggi porta il suo nome (David Cohen, Le parler arabe des Juifs de Tunis, Parigi, 1964). Quindi, la minoranza ebraica di Tunisi ebbe modo di vivere all’interno della città, mentre precedentemente gli ebrei ne erano esclusi e dovevano rimanere all’esterno durante la chiusura delle porte, dovevano passare la notte nei pressi del villaggio.

Oggi l’ isola di Djerba, la perla del Mediterraneo, è anche nota per la sua minoranza ebraica, che abita sull’isola da secoli. Quest’anno, ha ospitato migliaia ebrei all’antica sinagoga di Ghriba. Ogni anno, il 33° giorno dalla Pasqua ebraica e in occasione della festa di Lag Ba’omer, la Ghriba – che in arabo significa “straniero” – diventa meta di un pellegrinaggio che mobilita migliaia di credenti.

«La Tunisia resterà un Paese di apertura e coabitazione di religioni», afferma il premier tunisino Youssef Chahed, nel periodo di effettuazione di questa tradizionale ricorrenza, nel corso della giornata di domenica 14. Inoltre, in quest’occasione, è stato annunciato che Tunisi presenterà ufficialmente la richiesta all’Unesco per l’inserimento dell’isola di Djerba tra i siti patrimonio dell’umanità, esempio di convivenza di fedi diverse da millenni: musulmana, ebraica e cristiana.

Un altro esempio di vicinanza tra comunità religiose diverse (alla Goulette hanno convissuto a lungo tunisini, francesi, maltesi, italiani), la messa dell’Assunzione di Maria, che fino al 1962 prevedeva anche la processione della Madonna di Trapani fino al mare. La Goulette è diventata il polo d’attrazione dei giovani grazie alla tradizionale tolleranza.

Il filologo e mediterraneista Alfonso Campisi (professore ordinario di Filologia Romanza presso l’università la Manouba a Tunisi e presidente dell’Aislli, Associazione per lo Studio della Lingua e Letteratura Italiana, sezione Africa. Studioso della Sicilia e del Maghreb, si occupa di identità, lingua e storia dell’emigrazione siciliana in Tunisia e negli Stati Uniti) scrive: «Il quartiere de La Petite Sicilie, alla Goulette, nasce intorno alla chiesa della Madonna di Trapani, celebrata dai trapanesi il 15 agosto. Secondo gli archivi da me consultati, la Madonna usciva dalla chiesa attraversando le stradine de La Goulette accompagnata da una banda musicale. La giornata si concludeva con i fuochi d’artificio e un concerto sulla piazza principale. Dornier così descrive la processione: “La processione della Madonna di Trapani, a La Goulette, non è un semplice corteo dove si cammina in fila, cantando inni o recitando il rosario. La Vergine è portata su un carro da una dozzina di uomini che si alternano. E tutto intorno alla Vergine c’è una folla eterogenea, che vuole toccare la statua, chi con un fazzoletto, o chi con la mano. A questa folla si mescolano donne musulmane velate, ebrei praticanti, che erano venuti anch’essi a pregare la Madonna. Alcuni seguono la processione scalzi per esaudire un voto, andando da La Goulette a Tunisi. Nelle ore serali, intorno alle 20:30, saranno le prostitute accompagnate dai loro protettori a fare il rito chiamato Le rite de la Madeleine prostrandosi ai piedi della croce”» (si veda “La comunità siciliana di Tunisia: La Goulette,un esempio di tolleranza”, del prof. Alfonso Campisi). Nella prima metà dell’800, l’emigrazione italiana nel Maghreb è prima un’emigrazione intellettuale e borghese, di fuorusciti politici, di professionisti, di imprenditori. Liberali, giacobini e carbonari, si rifugiano in Algeria e in Tunisia. Scrive Pietro Colletta nella sua Storia del reame di Napoli: «Erano quelli regni barbari i soli in questa età civile che dessero cortese rifugio ai fuoriusciti». Dopo i falliti moti di Genova del 1834, in Tunisia approda una prima volta, nel 1836, Giuseppe Garibaldi, sotto il falso nome di Giuseppe Pane. Nel 1849 ancora si fa esule a Tunisi.

«Ma la grossa ondata migratoria di bracciantato italiano in Tunisia avvenne sul finire dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con la crisi economica che colpì le nostre regioni meridionali. Si stabilirono questi emigranti sfuggiti alla miseria nei porti della Goletta, di Biserta, di Sousse, di Monastir, di Mahdia, nelle campagne di Kelibia e di Capo Bon, nelle regioni minerarie di Sfax e di Gafsa. Nel 1911 le statistiche davano una presenza italiana di 90.000 unità. Anche sotto il protettorato francese, ratificato con il Trattato del Bardo del 1881, l’emigrazione di lavoratori italiani in Tunisia continuò sempre più massiccia. Ci furono vari episodi di naufragi, di perdite di vite umane nell’attraversamento del Canale di Sicilia su mezzi di fortuna. Gli emigrati già inseriti, al di là o al di sopra di ogni nazionalismo, erano organizzati in sindacati, società operaie, società di mutuo soccorso, patronati degli emigranti. Nel 1914 giunge a Tunisi il socialista Andrea Costa, in quel momento vicepresidente della Camera. Visita le regioni dove vivevano le comunità italiane. Così dice ai rappresentanti dei lavoratori: “Ho percorso la Tunisia da un capo all’altro; sono stato fra i minatori del Sud e fra gli sterratori delle strade nascenti, e ne ho ricavato il convincimento che i nostri governanti si disonorano nella propria viltà, abbandonandovi pecorinamente alla vostra sorte”» (Francesco Casula, Il Mediterraneo tra illusione e realtà, integrazione e conflitto nella storia e in letteratura).

Con la scrittrice Marinette Pendola si scopre la storia dei siciliani di Tunisia. Pendola è nata a Tunisi da genitori di origine siciliana e come molti ha dovuto abbandonare la terra natale. Ricostruisce queste vicende personali della sua infanzia nel romanzo La riva lontana (Sellerio, 2000), è autrice di L’erba di vento (Arkadia Editore, 2014), ha insegnato lingua e letteratura francese nelle scuole superiori, vive a Bologna e fa parte del gruppo di lavoro “Progetto della memoria”, istituito dall’ambasciata italiana a Tunisi, cui sono legate numerose pubblicazioni, tra cui L’alimentazione degli italiani di Tunisia (2006). Per i “Quaderni del Museo dell’Emigrazione di Gualdo Tadino ha pubblicato Gli italiani di Tunisia. Storia di una comunità (XIX-XX secolo) (2007). Inoltre, ha creato il sito www.italianiditunisia.com, con questi obiettivi:

  • Creare un luogo di scambio e di ritrovo fra tutti gli italiani di Tunisi sparsi nel Mondo.
  • Mantenere viva la memoria dell’esperienza storica e del patrimonio culturale italo-Tunisino.
  • Diffondere la conoscenza dell’esperienza storica e culturale italiana in Tunisia.
  • Raccogliere materiale di vario genere sulla comunità italiana di Tunisia.
  • Promuovere la ricerca attraverso la premiazione di tesi di laurea e di dottorato sulla storia, costumi, e la cultura degli italiani di Tunisia.

In Tunisia, nel settore dell’educazione e della ricerca, presso la Facoltà di Lettere, delle Arti e dell’Umanità di Manouba, è stato attivato il Master di ricerca in civiltà e religioni comparate. È stata una buona iniziativa e unico modo per partecipare alla costruzione di un futuro di pace e di convivenza armonica di diverse culture, ovvero, lanciare un messaggio di pace, e consolidare la coesistenza pacifica sottolineando come la tolleranza e la convivenza interreligiosa, siano un valore distintivo della società tunisina. «Nel 2007, la Tunisia aveva 10 milioni di abitanti, di cui 20.000 cattolici, provenienti da 60 nazioni diverse. È veramente una Chiesa… cattolica! La domenica alla Messa, su 100 persone presenti, possono essere rappresentate ben 50 nazionalità diverse. Ciò porta una grande ricchezza culturale, spirituale e liturgica. Oggi la Tunisia è un Paese musulmano moderato, molto aperto; riconosce il suo passato cristiano e bizantino. La Chiesa è rispettata e tollerata. Coloro che sono in contatto con noi, ci apprezzano» (mons. Marun Lahhm, vescovo di Tunisi dal 2005, “Cristiani che vivono tra i musulmani”. L’articolo è tratto da una conferenza tenuta a Brescia presso la parrocchia di s. Francesco di Paola). In Tunisia ebrei e musulmani e cristiani coabitano in pace da sempre, la Tunisia si conferma una terra dove la tolleranza e il rispetto non mancano. E le minoranze non hanno mai avuto problemi nel professare il loro credo. Il decano della Facoltà di Lettere, delle Arti e dell’Umanità di Manouba e il professor Habib Kazdaghli, in una conferenza, tenuta il 28 marzo 2017, presso la Biblioteca “Diocésaine” di Tunisi, sulle minoranze tunisine tra ricordo e oblio, organizzata dal giornalista Hatem Bourial, dice: «La minoranza è la fonte della grandezza della maggioranza, e le minoranze fanno parte della storia di Tunisia».

27/9/2017 – www.articolo21.org/


A che ora è la fine del mondo. Scivolando verso il futuro.

di Andrea Segré e Ilaria Pertot

… e poi? Come sarà il nostro futuro? Perché non provi ad immaginarlo? A che ora è la fine del mondo? Un libro diverso da quelli che hai letto finora, perché non ha una sola fine, ma potrà avere tanti finali diversi. Dunque anche tu potrai aggiungerne uno, che assieme a quello di tanti altri ci aprirà ad una modalità nuova di lettura e scrittura. Un libro aperto alla fantasia, come aperto è il futuro che ci aspetta.

Andrea Segrè, Relatore ai Colloqui Mediterranei 2020-2021. Professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, ha insegnato Economia circolare all’Università di Trento. Studia e applica i fondamenti dell’ecologia economica, circolare e sostenibile. Fondatore e presidente di Last Minute Market-impresa sociale, spin off accreditato dell’Università di Bologna, ha ideato la Campagna Spreco Zero per la prevenzione dello spreco alimentare e di altri beni. È stato preside della Facoltà di Agraria, direttore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie agroalimentari e presidente della Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti fra i quali il Premio internazionale Pellegrino Artusi 2012. Ultimi saggi: Il metodo spreco zero (BUR, Rizzoli, 2019), Il gusto per le cose giuste (Mondadori, 2017), L’oro nel piatto (Einaudi 2015, con S. Arminio; Corriere della Sera 2020), Cibo (Il Mulino 2015).


Le nuove frontiere del capitalismo: il mercato delle libertà nel pensiero di Shoshana Zuboff

di Sergio Marotta

Sergio Marotta insegna Sociologia giuridica presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi “Suor Orsola Benincasa” di Napoli. Attualmente dedica la propria attività di ricerca allo studio dei rapporti tra diritto ed economia. Sul tema ha pubblicato due saggi: Le nuove feudalità. Società e diritto nell’epoca della globalizzazione (2007) e L’individuo senza Stato. Globalizzazione e sfera pubblica (2008). Collabora con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.


Benvenuto Tisi, Atena e Poseidone, 1512

Osiamo sognare

di Andrea Del Ponte *

È molto interessante, per i suoi plurimi significati simbolici, il mito di fondazione di Atene: in tempi antichissimi, quando ancora la neonata città non aveva un nome, posarono gli occhi sulla bella regione dell’Attica due dèi dell’Olimpo, intendendo diventarne signori e protettori. Erano Poseidone e Atena.  

Il dio del Caos e la dea della Ragione

Il primo era dio delle più elementari forze telluriche e geologiche: terremoti, sorgenti salutari, inondazioni disastrose, fenditure attraverso le quali l’acqua erompe o s’inabissa: il dio del caos naturale. La seconda era la dèa della ragione e dell’intelligenza, nata già adulta dalla testa di Zeus e simboleggiata dalla civetta, i cui grandi occhi che vedono nel buio rappresentano la forza del pensiero: l’esatta lucidità intellettuale posseduta da Atena. Dunque un giorno, all’improvviso, sgorgò sulla collina dell’Acropoli una sorgente di acqua salata, da cui secondo alcuni balzò fuori un cavallo; poco dopo, nei pressi, spuntò un alberello di olivo.

Il re del luogo, Cècrope, chiese un’interpretazione del fenomeno all’oracolo di Apollo, il quale gli rispose che si trattava dei doni delle due divinità in contesa per la protezione della città: si sarebbe chiamata Atene o Poseidonia a seconda della scelta che egli avrebbe fatto.

Un voto popolare per dirimere la contesa…

Astutamente, Cècrope non volle correre il rischio personale di inimicarsi l’uno o l’altro degli Olimpi e rimandò la decisione a un voto popolare.  Gli uomini votarono in massa per Poseidone e le donne per Atena, ritenendo che il dono dell’ulivo fosse molto più utile della navigazione e della guerra: per un solo punto prevalse la dèa, che da allora in poi sarebbe stata il nume tutelare della città che da lei prese il nome. La reazione di Poseidone per l’affronto subìto fu violenta: scatenò le onde del mare e allagò la regione. Prudentemente, gli Ateniesi vollero riconciliarsi con il dio offeso: con una decisione che testimonia il profondo maschilismo delle società antiche, tolsero tutti i diritti civili e politici alle donne e l’onorarono con un tempio sull’Acropoli, l’Eretteo, equamente diviso fra i due contendenti. Così, Atene sarebbe diventata faro di cultura e civiltà per tutta la Grecia e nel contempo detentrice di un potentissimo impero marittimo.

Disordini, terrorismo, corruzione e crollo degli apparati statali, Covid19. Il dio offeso del XXI secolo

Quale lettura di questo mito possiamo dare oggi noi, europei del XXI secolo, spazzati da cambiamenti epocali di un’intensità e di una distruttività non inferiore a quella dello tsunami poseidoniano? E qual è il dio offeso che ci sta precipitando in un gorgo da cui non sappiamo bene come riemergere? L’ultimo trentennio è stato scosso con tremenda violenza dal tridente di Poseidone. Il crollo e la dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991) hanno portato alla fine del mondo bipolare e all’apertura di profonde crepe geopolitiche nelle quali s’è inserito il sanguinario terrorismo islamico su scala globale: dichiarata la guerra all’Occidente l’11 settembre 2001 (attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono), esso ha poi minato per due decenni il sistema nervoso di Stati e popoli europei con i crudeli e imprevedibili attentati perpetrati dall’ISIS.  

In Italia la decapitazione della classe politica uscita dal dopoguerra, a partire dal 1992, ha determinato una caduta verticale della qualità degli apparati statali che pare non avere fine. Vaste ondate migratorie, messe in moto sia dalla guerra civile siriana (dal 2009 a oggi) sia da gravissimi fattori di crisi nell’Africa sub-sahariana, hanno scosso le fondamenta del Vecchio Continente, modificando vita, abitudini, percezione di sicurezza dei cittadini.

La terza e quarta rivoluzione industriale hanno alterato profondamente non solo gli stili di vita ma anche proprio la mentalità e la rappresentazione di sé dell’uomo, alienandolo sempre di più da una normale relazione con i suoi simili e con la natura. La crescente interazione fra dimensione biologica, digitale e virtuale sta sconvolgendo con la forza di sommovimenti tellurici l’economia, le prospettive di lavoro, i progetti e le esistenze di enormi masse, tanto più impaurite e smarrite quanto più alta è l’età media – come tipicamente avviene in Europa. Infine, il mistero della pandemia da Covid 19 ha inferto il colpo forse finale a un Abendland non più sull’orlo di una crisi di nervi, ma proprio nel pieno di una nevrosi acuta.

Nel frattempo, Atena è risalita sull’Olimpo, lasciandoci di sé, appunto, non più che un’immagine virtuale, riflessa nei prodigiosi sviluppi dell’odierna tecnologia.

Atena si è ritirata, lasciando il posto a dèmoni vicari

Al suo posto, i dèmoni vicari che hanno sede a Cupertino (Apple), a Redmond (Microsoft), a Mountain View (Google), a Shenzhen (Huawei). Per il resto, il crollo della cultura, dell’istruzione, dei saperi, ma anche dell’intelligenza in sé e per sé, nella società italiana e occidentale in genere, è testimoniato da un’infinità di prove che si possono trovare con facilità ovunque: nell’involuzione del linguaggio, sempre più confuso, labirintico e incapace di fotografare sinteticamente il reale. Nella progressiva perdita della scrittura e della capacità espressiva nelle giovani generazioni nate dopo il Duemila; nella farragine dei regolamenti in cui asfissiano le libere professioni; nella perdita di contatto con la realtà inscritta nella natura; nello smarrimento dell’identità stessa dell’essere umano come creatura unica per la sua razionalità; nella perdita del senso della spiritualità e del fascino della ricerca teologica perfino ai vertici della Chiesa cattolica.

Nell’eclissi dei valori più antichi ed elementari, sostituiti da controfigure attaccate al qui e ora invece che a Idee permanenti; nella supina accettazione del conformismo e del nichilismo più spinto anche da parte delle più alte istituzioni di cultura, fino ai recenti casi di rimozioni di statue nella più totale indifferenza per il ridicolo contenuto nell’anacronismo di chi le pretendeva. Siamo di fronte a un bivio: o scendere rapidamente in un’epoca peggio che ferrea, oscura e servile per la maggioranza, dominata con pugno duro dai pochi detentori del sapere tecnologico e della ricchezza, in un mondo doloroso per le disuguaglianze, le violenze e le persecuzioni; oppure osare di tentare il miracolo – in aree anche ristrette, vere oasi di salvezza – di un nuovo Rinascimento, dopo essere ruzzolati giù per un buon tratto di scale, dalla fine degli anni Sessanta ad oggi.

La via da percorrere dovrà partire dall’istruzione, restaurata e rinnovata nello stesso tempo, richiamando sulla terra l’intelligenza stabilizzatrice di Atena e riappacificandosi con l’energia libera e creativa di Poseidone: ulivo e cavallo dovranno essere, metaforicamente, i fattori trainanti di questo potente rinnovamento che osiamo sognare.


* Andrea del Ponte è professore di latino e greco e presidente nazionale del Centrum Latinitatis Europae. Collabora con articoli e ricerche scientifiche, con la Pontificia Università Salesiana, con la rivista Zetesis di Moreno Morani, e con la rivista di studi antichi Grammata. È autore di testi scolastici, traduttore per il teatro dal greco e dal latino, ha collaborato con Sergio Maifredi e Tullio Solenghi per la realizzazione di testi classici. Ha tradotto per l’INDA di Siracusa i Sette contro Tebe al Festival giovani. Come saggista, ha pubblicato il volume Per le nostre radici – Carta d’identità del latino, con la prefazione di Salvatore Settis.