RASSEGNA DI PROTAGONISTI
DELLA LETTERATURA CONTEMPORANEA E DELL’ARTE
Gesualdo Bufalino
Gesualdo Bufalino nasce a Comiso, in provincia di Ragusa, il 15 novembre 1920 dalla madre Maria Elia, casalinga, e dal padre Biagio, un fabbro ferraio istruito con la passione per i libri. Sin da bambino Bufalino dimostra di avere dimestichezza con il mondo della parola e della scrittura. È affascinato dai dizionari e dalle antologie poetiche presenti nella piccola biblioteca del padre.
Inizia gli studi liceali a Ragusa. Dopo due anni ritorna a Comiso, divenuta nel frattempo sede di liceo classico; suo insegnante d’italiano è un valente dantista, Paolo Nicosia, allievo di Giovanni Alfredo Cesareo. Nel 1939 Bufalino vince per la Sicilia un premio di prosa latina sull’orazione Pro Archia di Cicerone, bandito dall’Istituto Nazionale di Studi Romani. Sono, questi, gli anni della scoperta della letteratura europea, della lettura dei grandi classici francesi e russi, della passione per Baudelaire e del suo tentativo di retroversione dei Fiori del male, dall’italiano in francese, non possedendo un’edizione in lingua. Negli stessi anni Bufalino scrive versi influenzati dalle letture compiute e i suoi interessi culturali sono completati dalla grande attenzione per il cinema, specie quello francese.
Nel 1940 Bufalino si iscrive alla Facoltà di Lettere dell’Università di Catania, ma nel ’42 è costretto ad interrompere gli studi per la chiamata alle armi. Di stanza a Campobasso, è trasferito per un corso di allievi ufficiali a Fano, nelle Marche, dove conosce e stringe amicizia con Angelo Romanò, scrittore e intellettuale milanese di formazione cattolica. All’indomani dell’8 settembre 1943 si trova a Sacile, in Friuli; sbandato, sfugge avventurosamente alla cattura dei tedeschi e si rifugia presso degli amici a Reggio Emilia.
Nell’autunno del 1944 si ammala di tisi e si ricovera presso l’ospedale di Scandiano. Qui un medico assai colto gli mette a disposizione un’imponente biblioteca. Durante la degenza Bufalino si reca nello scantinato del sanatorio per leggere diversi libri. Scopre e legge, in francese, per la prima volta la Recherche di Proust. Dopo la fine della guerra si trasferisce in un sanatorio della “Conca d’Oro”, a Palermo. In questo periodo collabora, su sollecitazione dell’amico Romanò, alle riviste lombarde “L’Uomo” e “Democrazia”, pubblicando alcune liriche e qualche prosa.
Riprende gli studi iscrivendosi all’Università di Palermo. Nel marzo del 1947, appena guarito, si laurea in Lettere e rientra a Comiso senza più allontanarsene. Nel 1949 partecipa ai concorsi di Stato e consegue l’abilitazione per l’insegnamento. Ottiene la prima nomina presso l’Istituto Magistrale di Modica dove vi insegna per due anni; successivamente ottiene il trasferimento a Vittoria, dove insegnerà fino al 1975, all’Istituto Magistrale “G. Mazzini”.
Nel 1950 inizia una lunga elaborazione del romanzo Diceria dell’untore, ma non va oltre l’abbozzo. In questo periodo continua a tradurre Les fleurs di Baudelaire e Les Contrerimes di Toulet. Legge vari libri, vede molti film, ascolta musica jazz.
Nel 1971 completa la stesura di Diceria dell’untore e ha inizio una decennale revisione dell’opera. Nel 1976 coordina gli interventi confluiti nella miscellanea di Comiso viva, volume pubblicato dalla Pro Loco, di cui Bufalino stende la prefazione e tre sezioni della raccolta. Nello stesso anno scopre in una dimora patrizia di campagna di un amico un gruppo di vecchie fotografie scattate fra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900 da due notabili comisani, Gioacchino Iacono e Francesco Meli; ne organizza una mostra a Comiso e scrive la prefazione ad un piccolo catalogo. Nel 1978 le foto vengono pubblicate in volume da Enzo ed Elvira Sellerio col titolo Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale, accompagnato da una lunga introduzione di Bufalino. Il testo suscita la curiosità di Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia che lo sollecitano a pubblicare sue eventuali opere. Solo nel 1981 Bufalino si decide ad estrarre dal cassetto il suo primo romanzo, Diceria dell’untore, che riscuote un grande successo di critica e di lettori, sancito dalla vittoria del Premio Campiello. Rotti gli indugi, Bufalino inaugura un quindicennio di intensa attività produttiva con grandi e piccoli editori.
Nel 1981 muore il padre Biagio, dopo una lunga agonia. Nel dicembre del 1982 contrae “prudentissime nozze” con una sua ex allieva, Giovanna Leggio, dopo un lungo fidanzamento. In questo periodo inizia a collaborare con continuità a “Il Giornale” di Indro Montanelli e, saltuariamente, a “La Stampa” di Torino, “Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “Il Messaggero”, “L’Epresso”, “La Sicilia” e “Giornale di Sicilia”. Nel 1988 vince il Premio Strega col romanzo Le menzogne della notte, pubblicato da Bompiani. Nel 1992 per i “Classici Bompiani” viene pubblicato il primo volume delle Opere 1981-1988 di Gesualdo Bufalino, a cura di Maria Corti e Francesca Caputo.
Il 14 giugno 1996 Bufalino muore presso l’ospedale di Vittoria a causa di un incidente d’auto.
Fra le tante sue opere, ricordiamo ancora: Museo d’ombre (Sellerio 1982), L’amaro miele (Einaudi 1982), Dizionario dei personaggi di romanzo da don Chisciotte all’Innominabile (Il Saggiatore 1982), Argo il cieco ovvero I sogni della memoria (Sellerio 1984), Cere perse (Sellerio 1985), L’uomo invaso e altre invenzioni (Bompiani 1986), Il malpensante. Lunario dell’anno che fu (Bompiani 1987), La luce e il lutto (Sellerio 1988), Saldi d’autunno (Bompiani 1990), Qui pro quo (Bompiani 1991), Calende greche. Ricordi di una vita immaginaria (Bompiani 1992), Il Guerrin Meschino. Frammento di un’opra dei pupi (Bompiani 1993), Bluff di parole (Bompiani 1994), Il fiele ibleo (Avagliano 1995), Tommaso e il fotografo cieco ovvero il Patatrac (Bompiani 1996). Nel 2007, con l’uscita per la collana “Classici Bompiani” del secondo volume delle Opere 1989-1996 di Bufalino, a cura di Francesca Caputo, si completa la pubblicazione della produzione letteraria complessiva dell’Autore. Le sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, spagnolo, catalano, basco, portoghese, olandese, danese, svedese, greco, sloveno, russo, ebraico, giapponese, coreano.
Giuseppe Limone, filosofo, poeta, saggista – membro della Conferenza Mediterranea COMEN
«Che cos’è la persona nel mondo umano? Tutto.
Che cos’è la persona nel mondo contemporaneo? Nulla.»
Giuseppe Limone è professore ordinario presso la Seconda Università degli Studi di Napoli. Insegna Filosofia della politica e del diritto, Filosofia delle scienze sociali e Filosofia delle forme simboliche. Si è occupato, con molteplici saggi, di temi estetici e religiosi, calibrando qualità ideali e testuali. Al centro della sua attenzione teoretica è il problema della persona. I suoi interessi di ricerca congiungono, in una curvatura transdisciplinare, profili teoretici, epistemologici, etici, filosofico-pratici e simbolici.
Fra i suoi scritti filosofici si ricordano: Tempo della persona e sapienza del possibile (Tomi 2, Napoli 1988-90), Il sacro come la contraddizione rubata (Napoli 2000), Il simbolico come cifra di gravitazione nello spazio noetico (Napoli 2003), Dal giusnaturalismo al giuspersonalismo (Napoli 2005), La dignità della persona all’incrocio di paradossi nel tempo della velocità (Napoli 2010), La persona come evento filosofico e come evento ontologico (Napoli 2011), La responsabilità di essere liberi, la libertà di essere responsabili (Milano 2011), La domanda di libertà, l’offerta di responsabilità (Milano 2012), La forza del diritto, il diritto della forza (Milano 2014).
Ha scritto saggi di critica letteraria e libri poematici. Fra le sue opere liriche si ricordano: Polifonia d’un vento (Salerno-Roma 1986), Dentro il tempo del sole (Salerno-Roma 1987), Ore d’acqua (Salerno-Roma 1988), Incontrando il possibile re (Salerno-Roma 1988), Notte di fine millennio (Bari 2004), Fenicia, sogno di una stella a nord-ovest (Roma 2008), L’angelo sulle città, in onore del figlio (Roma 2012).
Della sua poesia hanno parlato Rubina Giorgi, Maria Grazia Lenisa, Dante Maffia, Giovanna Fozzer, Emerico Giachery, Giorgio Bàrberi Squarotti, Francesco d’Episcopo, Pasquale Cominale, Eugenio Nastasi, Maria Teresa Ciammaruconi, Aldo Masullo, Renato Filippelli e altri illustri autori contemporanei.
Per la sua attività gli sono stati attribuiti vari riconoscimenti accademici e premi letterari. Si è occupato dei rapporti fra filosofia e poesia e ha scritto sulla filosofia coi bambini. È tra i fondatori di un Centro Interuniversitario Europeo di studi sulla simbolica (“Symbolicum”). Dirige la collana “L’era di Antigone” per FrancoAngeli e ha fondato la rivista “Persona”.
Nel 1980 gli è stato conferito il Prix Emmanuel Mounier, premio internazionale attribuito dall’Association des amis d’Emmanuel Mounier. Ha studiato a Parigi e a Châtenay-Malabry presso la comunità dei muri bianchi, cui appartenevano Paul Fraisse, Paul Ricœur, Paulette E. Mounier, Jean-Marie Domenach e altri eminenti intellettuali francesi. Del suo contributo teorico al personalismo europeo ha scritto Virgilio Melchiorre in Essere Persona (Fondazione Achille e Giulia Boroli, Milano 2007).
È autore di aforismi pubblicati in quattro raccolte, sotto lo pseudonimo di Nonostante Tutto.
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SALVATORE FIUME, un pittore venuto dall’Isola del Sole
Nato a Comiso in Sicilia il 23 ottobre 1915, Salvatore Fiume fu pittore, scultore, architetto, scrittore e scenografo. A sedici anni vinse una borsa di studio per il Regio Istituto per l’Illustrazione del Libro di Urbino dove acquisì una profonda conoscenza delle tecniche della stampa: litografia, serigrafia, acquaforte e xilografia. Nel 1936, terminati gli studi, si recò a Milano dove conobbe artisti e intellettuali fra cui Dino Buzzati e Salvatore Quasimodo (Premio Nobel per la letteratura nel 1959) con i quali strinse amicizia.
Nel 1938 si trasferì a Ivrea, presso la Olivetti, come art director di una rivista culturale particolarmente cara al presidente, Adriano Olivetti, alla quale collaboravano intellettuali di prestigio come Franco Fortini e Leonardo Sinisgalli. Sebbene intendesse affermarsi come pittore, Fiume ottenne il suo primo successo con un’opera letteraria, il romanzo autobiografico Viva Gioconda!, pubblicato nel 1943 dall’editore Bianchi-Giovini di Milano.
Per potersi dedicare completamente alla pittura, nel 1946 lasciò la Olivetti e si stabilì a Canzo, vicino a Como, dove adattò a studio un’enorme filanda dell’Ottocento che dal 1952 divenne la sua residenza definitiva (ora è la sede della Fondazione Salvatore Fiume). Nel 1948, poiché la sua pittura, fortemente influenzata dal Quattrocento italiano e dalla pittura metafisica di de Chirico, Savinio e Carrà, faticava a imporsi, dipinse ed espose con successo alla Galleria Gussoni di Milano una serie di dipinti ispirati alla tradizione e al folklore spagnoli, firmandoli Francisco Queyo, un pittore gitano inesistente di cui inventò la storia di perseguitato politico esule a Parigi.
Il 1949 fu invece l’anno della sua prima mostra ufficiale, sempre a Milano, alla Galleria Borromini, dove le sue Isole di statue e Città di statue suscitarono molto interesse presso la critica. Durante la mostra alla Borromini, il direttore delle Collezioni del MoMA di New York, Alfred H. Barr Jr, acquistò la Città di statue del 1947 che ora si trova al MoMA, mentre la collezione Jucker di Milano acquisì un dipinto esposto in quella stessa mostra. Nel 1950 fu Alberto Savinio, fratello di Giorgio de Chirico, a favorire la sua partecipazione alla Biennale di Venezia dove espose il trittico Isola di statue (ora nei Musei Vaticani) che gli valse un’intera pagina della rivista americana “Life”.
Al 1952 risale, sempre su suggerimento di Alberto Savinio, la prima esperienza di Fiume nella scenografia. In quell’anno eseguì per il Teatro alla Scala i bozzetti per le scene e i costumi per La vita breve di De Falla e per Le creature di Prometeo di Beethoven. Seguirono Medea di Cherubini (1953), La Fiamma di Respighi (1954), Norma di Bellini (1955), il Nabucco di Verdi (1958) e il Guglielmo Tell di Rossini (1965). Collaborò poi con altri importanti teatri, come il Covent Garden di Londra (Aida di Verdi, 1957), il Teatro dell’Opera di Roma (Medea, 1954), il Teatro Massimo di Palermo (I Capuleti e i Montecchi di Bellini, 1954) e il Teatro dell’Opera di Montecarlo (Il Campanello di Donizetti, 1992), con cui concluse la sua collaborazione con il teatro dell’opera.
Nel 1951 l’illustre architetto Gio Ponti gli commissionò un enorme dipinto (3 metri x 48 metri) per il salone di prima classe del transatlantico Andrea Doria. Fiume vi rappresentò una immaginaria città rinascimentale italiana ricca di capolavori d’arte di varie epoche storiche affinché i viaggiatori potessero farsi un’idea dei capolavori che avrebbero ammirato nel nostro paese. Purtroppo, nel 1956 l’immensa tela andò perduta nell’affondamento della nave al largo dell’isola di Nantucket, Massachusetts.
Nel 1953 le riviste “Life” e “Time” gli commissionarono, per le loro sedi di New York, una serie di opere raffiguranti una storia immaginaria di Manhattan e della Baia di New York, che Fiume reinventò come Isole di statue.
Fra il 1949 e il 1952, su invito dell’industriale Bruno Buitoni Sr, Fiume completò un ciclo di dieci grandi dipinti sul tema delle “Avventure, sventure e glorie” dell’antica Umbria, nei quali è evidente la lezione di maestri italiani del Quattrocento come Piero della Francesca e Paolo Uccello. I dipinti, donati dalla famiglia Buitoni alla Regione Umbria nel 1988, sono conservati a Perugia nella Sala Fiume di Palazzo Donini, aperta al pubblico.
Nel 1962 una mostra itinerante portò cento quadri di Fiume in diversi musei tedeschi toccando, fra le altre, le città di Colonia e Ratisbona. Nel 1967 eseguì il bozzetto per il grande mosaico nella Basilica dell’Annunciazione a Nazareth in Terra Santa. Nel 1973, accompagnato dall’amico fotografo Walter Mori, Fiume si recò in Etiopia, nella valle di Babile, dove dipinse le sue Isole su un gruppo di rocce utilizzando vernici marine.
Per la grande mostra antologica del 1974 al Palazzo Reale di Milano Fiume realizzò una riproduzione in polistirolo, a grandezza naturale, di una parte delle rocce dipinte in Etiopia, occupando quasi interamente l’enorme Sala delle Cariatidi. Nella stessa occasione presentò per la prima volta la Gioconda africana, ora nei Musei Vaticani, un omaggio alla bellezza femminile africana ispirato alla Gioconda di Leonardo. Nel 1975 la cittadina calabrese di Fiumefreddo Bruzio accolse con entusiasmo la proposta di Fiume di rivitalizzarne gratuitamente il centro storico con alcune sue opere. Così, nel 1975-76 dipinse alcune pareti interne ed esterne dell’antico castello e, nel ’76, la cupola della Cappella di San Rocco.
La sua prima mostra come scultore fu nel 1976 alla Galleria l’Isola di Milano. La sua produzione comprende anche opere di grandi dimensioni, come la statua di bronzo al Parlamento Europeo di Strasburgo, le sculture degli ospedali San Raffaele di Milano e di Roma, il gruppo bronzeo per la Fontana del Vino a Marsala e due bronzi al Museo del Parco di Portofino. Nel 1995 il Centro Allende di La Spezia ospitò nei suoi spazi all’aperto la sua ultima mostra di scultura. Nel 1985 tenne una grande mostra di pittura a Castel Sant’Angelo a Roma. Del 1987 è l’esposizione De Architectura Pingendi allo Sporting d’Hiver di Montecarlo, inaugurata dal Principe Ranieri di Monaco. Nel 1991 espose i suoi progetti architettonici alla Mostra Internazionale di Architettura a Milano, al Palazzo della Triennale, e nel 1992 espose i suoi dipinti a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma.
Nel 1993 Fiume visitò i luoghi di Gauguin in Polinesia e, in omaggio al grande maestro francese, donò un dipinto al Museo Gauguin di Papeari a Tahiti. Oltre al romanzo Viva Gioconda!, che ebbe un notevole successo di critica, Fiume pubblicò numerosi racconti, nove commedie, una tragedia e due raccolte di poesie. Nel 1988 l’Università di Palermo gli conferì la laurea ad honorem in Lettere Moderne.
Sue opere si trovano in alcuni dei più importanti musei del mondo quali i Musei Vaticani, il Museo Ermitage di S.Pietroburgo, il MoMA di New York, il Museo Puškin di Mosca e la Galleria d’Arte Moderna di Milano. Dal 1978 i Musei Vaticani ospitano una sua collezione di 33 opere, che sintetizza gran parte dei principali temi della sua produzione.
Fiume muore a Milano il 3 giugno 1997. Fra le mostre sull’opera di Salvatore Fiume tenutesi a partire dal 1997 si segnalano quella alla Galleria Artesanterasmo di Milano intitolata Le Alleanze pittoriche del ’97, l’antologica nel castello di Gualtieri, Reggio Emilia, del ’98, la mostra di ritratti Il Corpo e l’anima del ’99, sempre alla Artesanterasmo di Milano, quella del 2001 nel Comune di Canzo, dove Fiume visse dal 1946, intitolata Salvatore Fiume: Miti Ipotesi Metafore, le due esposizioni nel 2006, a Vilnius, e a Varsavia presso i rispettivi Istituti Italiani di Cultura. Del 2007-2008 è la grande retrospettiva (207 opere) alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Arezzo, per il decennale della sua scomparsa, e del 2008, quella intitolata Mito e classicità alle soglie della metafisica, presso l’Auditorium-Parco della Musica di Roma. Dal dicembre 2010 al febbraio 2011 lo Spazio Oberdan di Milano ha ospitato la mostra Salvatore Fiume: un anticonformista del Novecento (100 opere fra dipinti, disegni e sculture). Dell’ottobre 2012 è la mostra Le Identità di Salvatore Fiume, 50 Opere Anni ’40-’90 a Palazzo Pirelli, Milano. Il comune di Varese ha acquistato una sua scultura che è stata posizionata nel 2012 nella Piazza del Tribunale. Fra il 2012 e il 2013 i figli di Salvatore Fiume hanno donato undici opere di grandi dimensioni alla Regione Lombardia che le ospita nello Spazio Fiume all’interno del nuovo Palazzo Lombardia a Milano. Inoltre, una sua scultura è stata posizionata a Milano in Piazza Piemonte il 23 ottobre 2013, nel giorno in cui Fiume avrebbe compiuto 98 anni.
Alcune opere di Salvatore Fiume
Jorge Luis Borges, ai vertici della letteratura del Novecento
Tra i massimi geni letterari del Novecento, l’argentino Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo nasce il 24 agosto 1899 a Buenos Aires. I principali eventi biografici di Borges sono legati alla famiglia e si identificano con i destini dei suoi antenati. Da una genealogia di studiosi e militari Borges eredita l’amore totale per la letteratura e il rimpianto per la sua mancata carriera nell’esercito. Dal 1914 al 1921 segue i suoi genitori in Europa. Frequenta gli studi a Ginevra e in Spagna, dove viene a contatto con l’avanguardia letteraria e scrive le prime poesie.
Nel 1923 viene pubblicato il suo primo libro di poesia, “Fervor de Buenos Aires”, seguito a distanza di due anni dal secondo libro di versi, “Luna de Enfrente”. È nel 1925 che Borges incontra Victoria Ocampo, la musa che riuscirà a sposare quarant’anni dopo. Con lei stabilisce un’intesa intellettuale destinata a entrare nella mitologia della letteratura argentina. L’attività pubblicistica di Borges è infaticabile. I versi di “Cuaderno San Martìn” escono nel 1929, mentre un anno dopo viene pubblicato l'”Evaristo Carriego”, che entusiasma la critica argentina.
Ma una spada di Damocle incombe sul povero scrittore argentino: la cecità. Borges, che non ha mai goduto di una buona vista, diverrà totalmente cieco a partire dalla fine degli anni ’50, non prima di aver visitato la sala operatoria per ben nove volte. Ma questa orrenda malattia viene da lui sorprendentemente utilizzata in senso creativo, la sua potenza visionaria riesce a sfruttare il terribile male, volgendolo in metafora e in materia letteraria. Il culmine di questo processo di “sublimazione” si ha fra il 1933 e il 1934, quando sul piano letterario Borges dà vita a trame che utilizzano la storia come menzogna, come falso, plagio e parodia universale.
Vengono raccolti i racconti pubblicati sulla rivista “Crìtica”: è la genesi della “Historia universal de la infamia”, seguita dalla “Historia de la eternidad”, dove Storia e Sapere flirtano per produrre l’improbabile e l’esotico risultato di un trattato degno di un demiurgo impazzito. Annus horribilis: il 1938. Muore l’amatissimo padre di Borges e lo scrittore stesso ha un incidente che lo costringe per parecchio tempo all’immobilità, dopo un attacco di setticemia che ne minaccia gravemente la vita.
Si teme che questa drammatica situazione possa provocare in Borges il terrore di una perdita totale di creatività. Nulla di più falso: negli anni della malattia lo scrittore argentino concepisce alcuni tra i suoi capolavori, che vengono raccolti e pubblicati nel 1944 con il titolo di “Finzioni”. A distanza di cinque anni escono anche i racconti di “Aleph”. A questo punto Borges è uno dei maggiori scrittori argentini di tutti i tempi. Virtuosista di razza, conferma la sua fama scendendo sul piano della saggistica pura, con le sue celebri “Altre inquisizioni” (1952).
Nel 1955 Jorge Luis Borges viene nominato direttore della Biblioteca Nazionale, ciò che aveva sempre sognato di fare. Con spirito eminentemente borgesiano, lo scrittore commenta così la nomina: “È una sublime ironia divina ad avermi dotato di ottocentomila libri e, al tempo stesso, delle tenebre“. È l’inizio di un lungo e fecondissimo tramonto, nonostante la morte avvenga molto più tardi, il 14 giugno 1986. Accanto a Borges è la sua seconda moglie, l’amatissima Marìa Kodama. Alla sua vita si sono ispirati diversi registi argentini. Ne citiamo uno su tutti, Javier Torre, con il film “Estela Canto, Um Amor de Borges” (1999), in cui la protagonista è la bella Ines Sastre.
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Kostas Varnalis
Rileggendo Kostas Vàrnalis
di Antonio FIORI
Del greco Kostas Vàrnalis (Burgas, Bulgaria 1884 – Atene 1974) avevamo finora in Italia solo tre pubblicazioni, tutte in anni abbastanza recenti: La vera apologia di Socrate (Argo, Lecce, 1994), Il diario di Penelope (La Zisa, Palermo, 2014) e una scelta antologica nel Meridiano Mondadori dedicato ai Poeti greci del Novecento (Milano, 2010). Vàrnalis si laurea in lettere ad Atene nel 1908 ed insegna fino al 1925, quando gli sarà precluso ogni impiego pubblico per i suoi metodi di insegnamento e le idee comuniste, maturate a Parigi dopo un viaggio di studio iniziato nel 1919. Farà da allora il giornalista e il traduttore e sarà ricordato come “un vate marxista” della letteratura greca, specialmente dopo il 1959, anno in cui a Mosca gli fu conferito il Premio Lenin per la pace (tra i poeti che ne seguiranno il solco troviamo Ritsos e Patrikios). Poeta, prosatore, saggista e traduttore, Vàrnalis in realtà, pur mantenendosi sempre vicino al marxismo storico, non risulta che abbia mai preso la tessera di un partito.
I due testi pubblicati ora in unico volume nella elegante Collana Kylix di Crocetti – La vera apologia di Socrate. Il monologo di Momo (Crocetti Editore, 2024) curati e tradotti da Filippomaria Pontani – sono l’occasione per riscoprire questo autore battagliero, figlio davvero della temperie ideologica del primo Novecento, pronto a spodestare le figure sacre del pensiero filosofico e religioso – Prometeo, Cristo, Socrate – per denunciare ipocrisie, false promesse e discutibili insegnamenti. Il primo, La vera apologia di Socrate, è cadenzato in cinque parti, divise in lemmi fortemente satirici; esso mira a capovolgere la leggendaria Apologia del filosofo scritta dal giovane Platone. Come fa notare Pontani nell’Introduzione, dopo un’iniziale riproposizione delle parole d’ordine di Socrate, Vàrnalis gliele fa “rinnegare in cauda“, spiazzando sì il lettore ma tradendo anche le contraddizioni di questa operazione (ovvero l’ambiguità di un filosofo che non può andare fino in fondo nella sua critica alla pubblica opinione, ai giudici venali, agli accusatori ipocriti, senza scoprire quegli stessi avversari in casa d’amici, ovvero nei venturi, terribili processi staliniani). Bisogna però ricordare che La vera apologia di Socrate è stata scritta tra il 1925 e il 1931 (seppure rivisitata in seguito dall’autore) ed il suo fascino sta proprio nella componente amaramente profetica, oltre che nella denuncia dei limiti della democrazia: Ecco che arriva l’uomo politico. Lo precedono i suoi occhi scintillanti, e dietro viene lui. Prima di poggiare il piede a terra, controlla con gli occhi le assi del ponte, come fa il mulo. Tossicchia, affinchè ci voltiamo a guardarlo. Insieme a noi ci sono alcuni amici suoi. Lo salutiamo e lui si avvicina. Ci stringe le mani con forza e cordialità. Con mano altrettanto forte regge il timone della Nave. Ci ama e si sacrifica per noi! In nome nostro attinge al tesoro pubblico, per dare a noi: e in nostro nome calpesta le leggi, per salvarci. Lui ci ha insegnato a prestare falso giuramento nei tribunali e a non mantenere la parola nei commerci… (La vera apologia di Socrate, Parte terza, par. 20, pag. 79).
Nel secondo testo, Il monologo di Momo, Cristo e Prometeo, da figure amiche, pronte a sacrificarsi per l’umanità, diventano, se non nemici, almeno dei cattivi maestri. Il testo, a dispetto del titolo, è dialogico e segue uno schema drammaturgico: i personaggi sono Prometeo, Gesù, Momo, La Madre Terra e Un usignolo. Momo è uno spiritello che prima provoca Prometeo e Gesù, e poi cerca di dimostrare che il primo non desidera altro che sostituirsi a Zeus e che il secondo non mette in discussione chi detiene il potere, lasciando il popolo nella mera illusione di una ricompensa ultraterrena. Pontani ci ricorda che Vàrnalis si rifà qui alla ponderosa rivisitazione del mito di Prometeo (Leopardi, Shelley, Quinet, Defontenay, Konopinsky) e che anche in quest’opera si è impegnato nel lavoro di riscrittura (dopo la prima edizione del 1922, uscita sotto pseudonimo con il titolo La voce che arde, di cui costituiva la prima parte, abbiamo una integrale riscrittura nel 1931 e una ulteriore revisione nel 1933). Verso la fine del monologo, Momo – alter ego del nostro autore – fa una dichiarazione sprezzante di ateismo:
Nessuno di voi due dice la verità.
Il mondo non ha inizio. Non ha creatore. Esiste da sempre. E si trasforma sempre da solo.
Quanto all’uomo, l’ha creato… la scimmia! E voi, vi hanno creati gli uomini.
Vi hanno creati i signori della Terra “a loro immagine e somiglianza”.
Il vostro mestiere è di conservare la Disuguaglianza e di proteggere l’Ingiustizia.
E dopo la Morte? – Aria fresca!
Al di fuori degli interessi dei Creso (con e senza corona) e al di fuori dell’immaginazione degli impauriti e degli ignoranti, non esistete da nessuna parte…
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Nazim Hikmet
Nâzım Hikmet nacque a Salonicco, nell’allora Grecia ottomana, il 15 gennaio del 1902 in un’agiata famiglia aristocratica. Il padre, Hikmet Bey, era un diplomatico, figlio di Çerkes Nâzım Pascià, un console turco[4], oltreché autore di poesie e racconti brevi (e da cui i genitori presero poi il nome per il futuro poeta), mentre la madre, Ayşe Celile Hanım, era una pittrice, appassionata di poesia francese, in particolar modo di Lamartine e Baudelaire. .
Il nonno materno di Hikmet, Hasan Enver Pascià, era figlio di Mustafa Celalettin Pascià (nato Konstantin Polkozic-Borzęcki), politico e militare polacco naturalizzato turco, autore del libro Les Turcs anciens et modernes nel 1869, uno dei primi testi proclamanti l’ideologia politica del Panturchismo, e di Saffet Hanım, figlia a sua volta di Omar Pascià, famigerato generale ottomano di origine serba, e di Adviye Hanım, una nobildonna di etnia circassa; la nonna materna, Leyla Hanım, era invece figlia di Müşir Mehmed Ali Pascià (nato Ludwig Karl Friedrich Detroit), ufficiale tedesco naturalizzato turco, di origini in parte francesi ugonotte, e della nobildonna Ayşe Sıdıka Hanım, sorella di Adviye Hanım. Il generale Ali Fuat Cebesoy era, inoltre, suo cugino da parte di madre.
Hikmet, da bambino, era un credente musulmano, come la sua famiglia; scrisse i suoi primi testi all’età di quattordici anni: le prime poesie ebbero per argomento un incendio della casa di fronte alla sua e il gatto della sorella; la prima pubblicazione avvenne a diciassette anni su una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yahya Kemal, oltre ad altri poeti turchi come Tevfik Fikret e Mehmet Emin.
Durante la guerra d’indipendenza turca lavorò come insegnante a Bolu ed aderì al partito nazionalista di Atatürk, che però lasciò poco tempo dopo.[12] Costretto ad espatriare per motivi politici, nonché per la sua pubblica denuncia del genocidio armeno, riparò in Unione Sovietica. Attratto dagl’ideali socialisti, studiò poi sociologia presso l’università di Mosca (1921-1928), dove scoprì i testi di Karl Marx e della rivoluzione sovietica e divenne comunista e antimilitarista.
A Mosca conobbe Lenin (per il quale nutrì profonda ammirazione e al quale dedicò in particolare Comunista! Voglio dirti due parole), Esenin e Majakovskij, che ebbe su di lui un’importante influenza. Si sposa la prima volta, ma l’unione dura poco e viene annullata dopo il suo ritorno in patria, possibile in seguito ad un’amnistia. Nel 1924 fu una delle guardie d’onore accanto alla bara di Lenin.
Il ritorno in Turchia e il primo arresto
Dopo il suo ritorno in Turchia nel 1928, Hikmet aderì al Partito Comunista turco e scrisse articoli, testi teatrali ed altri scritti. Fu condannato alla prigione nel 1929 per affissione irregolare di manifesti politici e trascorse circa cinque anni in carcere, ma venne amnistiato nel 1935. In questo periodo scrisse nove libri di poesie che avrebbero rivoluzionato la lirica moderna turca con l’uso di versi liberi. Si risposa con una donna che aveva già dei figli e per mantenere la famiglia e la madre rimasta vedova lavora anche come rilegatore di libri.
Carcere ed esilio
Dopo la morte del leader turco Kemal Atatürk (di cui Hikmet era uno strenuo critico, nonostante il suo appoggio giovanile), il quale apprezzava le sue liriche non politiche, e, in qualche modo, lo aveva difeso da una repressione eccessiva, il regime si irrigidì ancora di più. Nel 1938 una sua poesia venne accusata di incitare i marinai alla rivolta; arrestato e processato, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività contro il regime, le sue idee comuniste e le sue iniziative internazionali antinaziste e antifranchiste. Nel frattempo, divorziò dalla moglie. Alcune sue poesie di argomento politico furono proibite, poiché considerate sovversive e lesive dell’onore dell’esercito, e per questo fu anche torturato e costretto a una dura detenzione, la quale culminò nel suo sciopero della fame di 18 giorni, che gli provocò i problemi cardiaci che l’avrebbero portato alla morte. In carcere scrisse molte altre poesie, tra cui la celebre lirica Alla vita. Scontò quasi 12 anni in Anatolia, nel carcere di Bursa, nel corso dei quali venne colpito dal primo infarto.
Fu l’intervento di una commissione internazionale, composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson, Pablo Neruda e Jean-Paul Sartre, nel 1949, a favorirne la scarcerazione nel 1950, in seguito ad una nuova amnistia. Una volta libero, il governo organizza due attentati alla sua vita e tenta anche di arruolarlo nell’esercito nonostante i suoi problemi di salute. Si sposò per la terza volta con Münevver Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca, conosciuta quando lei lo visitava in prigione, a cui dedicò diverse poesie. Da lei ebbe un figlio, Mehmet.
Viene candidato nel frattempo al premio Nobel per la pace, all’equivalente sovietico (Premio Lenin) e vince il World Peace Council prize. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni internazionali, il governo turco lo rilascia e fa espatriare per Mosca, ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa.[12] Nel suo viaggio giunge anche a Roma, a cui dedica due poesie che elogiano la bellezza delle donne e delle terrazze della città. Attraversò il Bosforo di notte, su una piccola barca, col mare agitato e rischiò di annegare, fino a che una nave bulgara, avendo ricevuto via fax una sua foto che lo indicava come ex prigioniero politico e simpatizzante comunista gradito a Mosca, lo trasse in salvo. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova, e, annullato il precedente matrimonio, la sposò in quarte nozze. Morì il 3 giugno 1963, a 61 anni, in seguito a una nuova crisi cardiaca incorsa mentre usciva dalla porta di casa (il numero 6 della via Pesciànaya a Mosca, dove si era trasferito dopo il matrimonio). Una delle sue ultime poesie è dedicata alla moglie e al tema della morte.
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Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.