Patrimonio culturale

RISCOPRIRE LA BELLEZZA DEI PROTAGONISTI DEL RINNOVAMENTO CULTURALE

Fernand Braudel

 

Il Mediterraneo di Fernand Braudel

Lo spazio e la storia, gli uomini e la tradizione

Il Mediterraneo di Fernand Braudel rimane sicuramente una delle opere più significative dedicate al nostro grande mare interno, ai suoi scenari suggestivi e alle sue genti. Pagine pulsanti, da cui non si può prescindere se si vuole comprendere e respirare appieno quella mediterraneità che ha illuminato la storia di questo pianeta. E’ un libro che non può mancare nella nostra biblioteca personale, piccola o grande che sia. Ne riportiamo quì solo qualche passo introduttivo dell’Autore.

Mediterraneo – Introduzione

“In questo libro, le imbarcazioni navigano; le onde ripetono la loro canzone; i vignaioli discendono dalle colline delle Cinque Terre, sulla riviera genovese; in Provenza e in Grecia si bacchiano le olive; i pescatori tirano le reti sulla laguna di Venezia; i carpentieri costruiscono barche, uguali oggi a quelle di ieri… E ancora una volta, guardandole, ci ritroviamo fuori dal tempo.… 

Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare.

Tutto questo perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E anche le piante. Le credete mediterranee. Ebbene, a eccezione dell’ulivo, della vite e del grano -autoctoni di precocissimo insediamento- sono quasi tutte nate lontano dal mare. Se Erodoto, il padre della storia, vissuto nel V secolo a.C., tornasse e si mescolasse ai turisti di oggi, andrebbe incontro a una sorpresa dopo l’altra. “Lo immagino”, ha scritto Lucien Febvre, “rifare oggi il suo periplo del Mediterraneo orientale. Quanti motivi di stupore! Quei frutti d’oro tra le foglie verde scuro di certi arbusti – arance, limoni, mandarini, – non ricorda di averli mai visti nella sua vita. Sfido! Vengono dall’Estremo Oriente, sono stati introdotti dagli arabi. Quelle piante bizzarre dalla sagoma insolita, pungenti, dallo stelo fiorito, dai nomi astrusi – agavi, aloè, fichi d’India -, anche queste in vita sua non le ha mai viste. Sfido! Vengono dall’America. Quei grandi alberi dal pallido fogliame che pure portano un nome greco, eucalipto: giammai gli è capitato di vederne di simili. Sfido! Vengono dall’Australia. E i cipressi, a loro volta, sono persiani. Questo per quanto concerne lo scenario.

Ma quante sorprese, ancora, al momento del pasto: il pomodoro, peruviano; la melanzana, indiana; il peperoncino, originario della Guyana; il mais, messicano; il riso dono degli arabi; per non parlare del fagiolo, della patata, del pesco, montanaro cinese divenuto iraniano, o del tabacco.”. Tuttavia, questi elementi sono diventati costitutivi del paesaggio mediterraneo: “Una Riviera senza aranci, una Toscana senza cipressi, il cesto di un ambulante senza peperoncini… che cosa può esservi di più inconcepibile, oggi, per noi? (Lucien Febvre, in Annales”, XII, 29). E a voler catalogare gli uomini del Mediterraneo, quelli nati sulle sue sponde o discendenti di quanti in tempi lontani ne solcarono o ne coltivarono le terre e i campi a terrazze, e poi i nuovi venuti che di volta lo invasero, non se ne trarrebbe la stessa impressione che si ricava redigendo l’elenco delle sue piante e dei suoi frutti? Nel paesaggio fisico come quello umano, il Mediterraneo crocevia, il Mediterraneo eteroclito si presenta al nostro ricordo come un’immagine coerente, un sistema in cui tutto si fonde e si ricompone in un’unità originale. Come spiegarla? Come spiegare l’essenza profonda del Mediterraneo? Sarà necessario moltiplicare gli sforzi.

La spiegazione non risiede soltanto nella natura, che pure molto ha operato in tal senso, né soltanto nell’uomo, che ha ostinatamente legato insieme il tutto, ma del confluire dei favori e delle maledizioni – numerosi entrambi – della natura e degli sforzi molteplici degli uomini, ieri e oggi. In un susseguirsi interminabile, insomma, di casi, incidenti, reiterati successi. Il fine di questo libro è di dimostrare che tali esperienze e tali successi si comprendono soltanto se considerati complessivamente, e soprattutto che devono essere posti a raffronto, che spesso è opportuno esaminarli alla luce del presente, che è a partire da quanto si vede oggi che si può giudicare e capire l’ieri – e viceversa. Il Mediterraneo è una buona occasione per presentare un “altro” modo di accostarsi alla storia. Il mare infatti, quale lo conosciamo e lo amiamo, offre sul proprio passato la più sbalorditiva e illuminante delle testimonianze.”

Fernand Braudel

Breviario Mediterraneo

Predrag Matvejevic

Con particolare piacere riporto la recensione che segue sul Breviario Mediterraneo del compianto amico Predrag Matvejevic, con il quale abbiamo condiviso giornate di intenso lavoro a Palermo, in occasione dei “Colloqui interculturali mediterranei” da me coordinati e diretti a Palermo, Castel Utveggio nel 1998, con la Presidenza della Regione Siciliana e l’organizzazione di COMEN-Conferenza Mediterranea.Francesco Venerando Mantegna

 

Recensione di Matteo Zola al “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic

Un faro, che potrebbe essere quello di Alessandria, ad illuminare la rotta fin dalla copertina. E la rotta è ardua a definirsi, disperazione dei librai “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejević non ha collocazione negli scaffali, e le ha tutte: romanzo, saggio geografico piuttosto che storico, racconto di viaggio, prosa poetica. Capolavoro del “non genere”, grande cesta in cui si trovano in apparente disordine notizie che percorrono la storia e i popoli (Egizi, Fenici, Greci, Romani, Arabi, Veneziani…) e i paesi che toccano il Mediterraneo, anche quelli che ne sentono solo il vento e l’odore. Non è un diario di viaggio, anche se insegna a viaggiare, o un libro di bordo, anche se offre le coordinate per muoversi attraverso la geografia. Non è un dizionario, per quanto a volte sembra ricalcarne la struttura. Ha però del romanzo la forza narrativa, la capacità di trasportare il lettore attraverso i racconti brevi e nitidi. Un romanzo, già. E davvero aveva ragione Kundera quando nel suo “L’arte del romanzo[2]” diceva che tale genere letterario non ha regole, ma è un sacco vuoto da riempire di materiali eterogenei dopo la sbornia ottocentesca. E Matvejević, come Kundera, appartiene alla cultura slava mittel-europea che facilmente scavalca le rigide categorizzazioni e i compartimenti stagni. Di cosa parla dunque questo Breviario? Di Mediterraneo, si è capito, ma di un Mediterraneo fatto di luoghi che diventano personaggi. Luoghi minimi, la boa, il molo, il porto, fino all’ampiezza delle isole e delle penisole. Luoghi che sono la costa e la gente della costa, luoghi che sono migrazioni di popoli e filosofie.Rispetto a Braudel, che ha voluto comporre un grande quadro storico-politico del Mediterraneo, quello di Matvejević è un libro che si potrebbe riassumere nel termine di geopoetica benché non manchi un capitolo “splendido”, come lo ha definito Claudio Magris nella prefazione, dedicato alla cartografia.

Prima di arrivarci, però, occorre soffermarsi ancora sulla parte eponima, quel Breviario che pare una ricerca entro l’etimologia ideale e spirituale del Mediterraneo. Ecco allora che le onde “hanno un ruolo importante nella drammaturgia del mare, negli spettacoli, negli avvenimenti”. E qui l’autore ci guida nella varietà di denominazioni con cui sono indicate. E poi ancora, ecco i suoni delle onde: “rumore o voce, sussurri o mugghi, sciacquio o sciabordio?”. Ma non basta, e la ricerca filologica prosegue nei venti che erano un tempo “le divinità del Mediterraneo”, in grado di determinare il destino del mare e dei suoi naviganti. Già, perché il Mediterraneo non è uno solo, anzi si compone di molteplici acque che si fondono e vengono nominate in base alle coste e alle correnti: “il Mediterraneo nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti”.La seconda parte del libro è dedicata alle carte, da quelle dell’antichità fino alle moderne. Un viaggio nel tempo che è al contempo viaggio nello spazio.

Le città costiere dell’antichità erano gelose del loro repertorio cartografico, le rotte e la conoscenza delle coste aprivano a nuove pescagioni e colonizzazioni. Differenti supporti erano utilizzati per le carte di terra e di mare, poiché differenti erano i mondi che si andavano a incontrare e diversi erano i moti di chi andava per la terraferma o per acqua: la tradizione greca separa periplo da anabasi. E dal Mediterraneo sono partiti i primi naviganti verso altri mari. Schillace di Carianda navigò, venticinque secoli fa, fino in India per conto dell’imperatore di Persia. Il cartaginese Annone oltrepassò lo stretto di Gibilterra nel 500 a.C. circumnavigando l’Africa. Il viaggio di Pitea di Marsiglia[3] lo ha spinto fino alle Isole di Mezzanotte, l’odierna Irlanda, e più a nord fino alla mitica Ultima Thule (forse le Shetland, o chissà, l’Islanda). Dal Mediterraneo partono rotte che uniscono la storia con il mito: isole leggendarie a segnare i confini del mondo, scienza, astronomia, medicina, chimica.

E di queste ultime Matvejević ringrazia la civiltà islamica, il suo ruolo di connessione tra oriente e occidente ha aiutato l’Europa ha uscire dal Medioevo.L’autore sembra (giustamente) convinto che, nella polimorfia semantica che ci circonda, la sola possibilità di significato sia nell’etimologia. E per questo ci dice che darsena e arsenale derivano entrambi dall’arabo darçanha, così altri termini marinareschi: admiral (ammiraglio) al-kathram (catrame, utilizzato nella costruzione delle navi. Arabo è il termine azimut, e il termine çifr (zero, da cui poi “cifra”) fino al al-gabr, da cui algebra, in origine indicava la riduzione di fratture ossee. E all’etimologia è dedicata l’ultima parte del libro, un vero e proprio lexicon del mare.La parcellizzazione della realtà Mediterranea non è un semplice escamotage stilistico, atto a muovere la descrizione dal microcosmo al macrocosmo per mostrarne le analogie. Essa sottende a una visione che è anche politica dello spazio descritto. Vale a dire, il Mediterraneo si presenta come uno stato di cose tra loro interdipendenti ma separate, non riesce a diventare un progetto. La sua riva settentrionale presenta un evidente ritardo rispetto al nord Europa, e altrettanto la riva meridionale rispetto a quella europea. Tanto a nord quanto a sud, l’insieme del bacino si lega con difficoltà al continente. Non è davvero possibile considerare questo mare come un insieme senza tener conto delle fratture che lo dividono, dei conflitti che lo dilaniano: in Palestina, in Libano, a Cipro, e ieri nel Maghreb, nei Balcani da sempre.

Fino ai riflessi delle guerre più lontane, quelle in Afganistan e in Iraq, con la guerra al terrore che sempre più insinua nelle coscienze europee un anti-islamismo che il Mediterraneo non riesce a disinnescare, malgrado la Turchia nella Nato, malgrado il portato culturale islamico che ancora oggi echeggia nel lessico di tutte le lingue del bacino. Entrambe le rive furono molto più importanti sulle carte utilizzate dagli strateghi che non su quelle che dispiegano gli economisti. Quello che fu il mare più importante della civiltà fino alla modernità, non ha saputo uscire dallo stretto che ne chiude i confini. Il suo portato di unità e divisione, la sua omogeneità e la sua disparità, la ricchezza derivante dall’essere una sola moltitudine, non è bastato: l’insieme mediterraneo è composto di molti sottoinsiemi che sfidano o rifiutano le idee unificatrici. Ed oggi le unificazioni necessarie sembrano essere quelle economiche.

Ma un’unione mediterranea, più volte e in più modi tentata, non si è mai realizzata. Di recente il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha rilanciato il tema del Partenariato euro-mediterraneo. Il dibattito è dunque ancora aperto benché di ardua soluzione. Forse anche a causa di quella che è la peculiare cultura del Mediterraneo.Non esiste una sola cultura mediterranea: ce ne sono molte in seno a un solo Mediterraneo. Esse sono caratterizzate da tratti per certi versi simili e per altri differenti. Le somiglianze, ci spiega Matvejević, sono dovute alla prossimità di un mare comune e all’incontro sulle sue sponde di nazioni e di forme di espressione vicine. Le differenze sono segnate da fatti d’origine e di storia, di credenze e di costumi. Né le somiglianze né le differenze sono assolute o costanti: talvolta sono le prime a prevalere, talvolta le altre. Il resto è mitologia.Percepire il Mediterraneo partendo solamente dal suo passato rimane un’abitudine tenace, tanto sul litorale quanto nell’entroterra. La ‘patria dei miti’ sembra avere infine sofferto delle mitologie, che essa stessa ha generato o che altri hanno nutrito. «Questo spazio così ricco di storia è stato vittima degli storicismi. Ha smesso di essere Storia per diventare oggetto nelle mani degli storici», per citare le parole dell’autore.

«La tendenza a confondere la rappresentazione della realtà con la realtà stessa si perpetua: l’immagine del Mediterraneo e il Mediterraneo reale non s’identificano affatto. Un’identità dell’essere, amplificandosi, eclissa o respinge un’identità del fare, mal definita. La retrospettiva continua ad avere la meglio sulla prospettiva. Ed è così che lo stesso pensiero rimane prigioniero degli stereotipi»[4].Il romanzo geopoetico di Matvejevic, dunque, non deve alimentare le suggestioni che richiama invero fin dalla prima pagina. Non a Salonicco symprotevousa si deve pensare, non alla biblioteca di Alessandria, non ad Algeri tamazight ed europea al contempo, non a Dubrovnik che fu Ragusa, repubblica marinara. Ma a Venezia bisogna pensare. Venezia simbolo di un Mediterraneo che affonda e che bisogna salvare.

[1] Pier Luigi Bacchini, da Mar Mediterraneo, in Canti Territoriali, Mondadori, Milano 2009

[2] Milan Kundera, L’arte del romanzo, Adelphi, Milano 1988

[3] Giovanni Rossi, Viaggio all’ultima Thule, Sellerio Editore, Palermo 1995

[4] Defne Gursoy, intervista a Predrag Matvejević, in Euromed / Fondazione Mediterraneo, http://www.euromedi.org/

Terra, lavoro e cibo come patrimonio culturale del Mediterraneo

Convegno a Fano per l’anno europeo del patrimonio culturale, 25 Ottobre 2018.

Il 2018 è stato proclamato “Anno europeo del patrimonio culturale”, con lo scopo di valorizzare la ricchezza culturale europea, incoraggiare un numero sempre maggiore di persone a scoprirla e rafforzare così il senso di appartenenza ad una comune identità europea. Il patrimonio comune europeo è stato così portato al centro di iniziative e manifestazioni, non solo come celebrazione del passato, ma anche per creare una solida base su cui costruire un futuro prospero e di pace per l’Europa. Durante tutto il 2018 sono stati organizzati eventi in tante le città europee per valorizzare questo patrimonio, fatto di arte, letteratura, artigianato ma anche di paesaggi naturali e siti archeologici dal valore inestimabile.

In questo contesto, il Centro di documentazione europea dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, insieme al dipartimento di Economia, società, politica hanno organizzato per oggi pomeriggio il convegno dal titolo “Terre, lavoro, cibo. Patrimonio culturale del Mediterraneo” (Fondazione della Cassa di Risparmio di Fano, via Montevecchio 114, ore 14), per parlare del patrimonio culturale europeo, e in particolare dell’area mediterranea, dal punto di vista del territorio, del lavoro agricolo e del cibo.

La conferenza ospita diversi relatori provenienti dall’ambiente universitario e da altre realtà italiane che affrontano da diversi punti di vista terra, lavoro e cibo, con un focus incentrato sul food system sostenibile e l’agricoltura biologica, e le loro interrelazioni.  Il convegno rappresenta anche la seconda edizione del corso “Modelli, politiche e strategie per lo sviluppo dell’agricoltura biologica”, organizzato dall’Ateneo di Urbino (dipartimento di Economia, società, politica), in collaborazione con i Comuni di Fano e di Isola del Piano (PU), Cospe onlus, la Tenuta di Montebello, la Fondazione Girolomoni, il Consorzio Marche biologiche, l’Alleanza delle cooperative italiane, l’Associazione medici per l’ambiente (Isde), il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea-Pb), la Fondazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (Firab), l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (Aiab), la Fondazione Cante di Montevecchio di Fano.

Il corso, che si svolgerà nella nuova sede di Fano dell’Università di Urbino, ha l’obiettivo di fornire elementi essenziali dei modelli di agricoltura biologica, analizzandoli da diversi punti di vita e approcci disciplinari. Durante il corso infatti, saranno trattati sia gli aspetti normativi, relativi alla regolamentazione e alle politiche di sostegno, sia quelli più tecnico-agronomici. Il corso ha lo scopo di creare figure professionali che possano favorire processi innovativi nelle aree rurali e sostenere il rafforzamento del settore “biologico”, anche considerando la crescente attenzione dei consumatori a temi quali la tutela dell’ambiente e la cura della salute. Tra i relatori anche Carlo Ponzio di Cospe, che ripercorrerà la pluriennale esperienza dell’associazione nel settore dell’agroecologia su cui si basano molti progetti in corso in diversi paesi del mondo.

Fonte: http://www.greenreport.it/

Le Tonnare siciliane e i loro riti

La Tonnara dell’Orsa di Cinisi

La pesca del tonno si rinnova in Sicilia ogni anno con il rito della “mattanza”. Conosciuta da Greci e Romani, fu perfezionata dagli arabi che istruirono i siciliani. Le “passe” erano cospicue, specie lungo la linea tirrenica che da Trapani arriva fino a Palermo. Di quel passato rimangono oggi i “marfaraggi”, cioè la parte in muratura delle tonnare destinate alla lavorazione del tonno e alla conservazione del complesso delle reti (“cruciera”) e delle barche. Si contano sulle dita di una mano, le tonnare attive. A occidente del litorale di Carini, su una pianeggiante punta denominata dell’Orsa, nei pressi di una caletta, si trova l’antico baglio benedettino di Cinisi, raggiungibile grazie a una stradina che costeggia l’area aeroportuale. Si tratta di uno dei più antichi bagli adibiti a tonnara esistenti in Sicilia: fu concessa per questo uso da re Ludovico di Sicilia a Corrado de Castellis nel 1344. Nel 1382 pervenne al monastero dei benedettini di San Martino delle Scale e fece parte dell’immenso patrimonio dei frati per quasi cinque secoli.

Nel 1569 il marfaraggio venne ingrandito e restaurato, assumendo l’aspetto attuale e inglobando la torre trecentesca. Il baglio ha pianta quadrata, con un cortile interno cinto fra spesse mura. Si perviene all’interno attraverso un arco ogivale, l’ingresso principale che un tempo era chiuso da un cancello. Subito sulla destra dell’ingresso c’è un palazzetto a due elevazioni: al piano terra c’erano i magazzini e le stanze di lavoro, al piano superiore l’abitazione del rais (capobarca). Sulla sinistra ancora stanze da lavoro e la taverna; tutti gli ambienti hanno caratteristiche volte a botte in pietra. Nell’angolo più vicino al mare, a chiudere la cinta muraria, si staglia la torre, a due elevazioni e pianta quadrata. La sostengono agli angoli dei grossi costoloni che si interrompono all’altezza del marcapiano; un parapetto chiude la sommità formando una terrazza. Due aperture, nel lato verso il mare, consentivano l’uscita delle bocche di fuoco. La torre, che fungeva da punto d’avvistamento a protezione della tonnara, nel XVIII secolo fu inserita nel programma ufficiale di avvistamento che comprendeva l’intera costa dell’isola. I benedettini, che si comportavano come dei feudatari, la utilizzarono anche come carcere.

A sinistra della torre si trova un grande locale con archi rampanti, la “trizzana”, dove venivano ricoverate le barche. Nel muro di traverso è stato ricostruito l’appendituri che serviva per appendere i tonni dopo l’eviscerazione. Ancora oltre troviamo una cappella, piccola costruzione quadrata dedicata alla Vergine, e infine il rivellino, anch’esso a pianta quadrata, dal quale si controllavano i movimenti nell’entroterra, con camminamento, feritoie e caditoie. Adiacente a questo torrino di può osservare il sistema di raccolta delle acque, con pozzo e cisterna, il lavatoio e il forno. La posizione dell’Orsa non fu mai fortunata per via della vicinanza di altre tonnare che intercettavano i tonni. Nei secoli i benedettini la diedero in gestione a diversi privati, ma al principio del Novecento venne abbandonata. La tonnara è stata restaurata pochi anni fa.

testo di Carlo di Franco

I TONNAROTI DELL’ISOLA DI FAVIGNANA

Il mondo dei tonnaroti è un mondo a parte, ai margini del mito. Sono gli ultimi combattenti. Alti, alcuni giganteschi, corpo massiccio, mani enormi, il viso segnato dal sole ma sempre un sorriso velato dietro lo sguardo. La mattanza è la lotta col tonno. Certo, ogni tonno è ammazzato, ma per ogni tonno che entra loro rischiano una codata che li può rendere paralizzati a vita, come è già successo. Il loro lavoro comincia a febbraio, è un lavoro di cesellatori. Agli inizi del secolo, a febbraio, si trasferivano tutti nell’isolotto di Formica, a qualche chilometro da Levanzo e Favignana, che era provvisto degli stabili magazzini, della casa dell’Economo della tonnara, della casa del Rais, il Capo della tonnara, e i posti letto per i tonnaroti, una quarantina circa.

I padroni della Tonnara sono i Florio, poi c’è l’Economo, che vive quotidianamente con i tonnaroti e più a stretto contatto col Rais, per disbrigare le spese quotidiane della tonnara. E poi c’è il Rais, il capo dei tonnaroti, è lui che decide ogni azione, quando aprire e chiudere le porte delle stanze, è lui che decide.”Domani, oggi si fa mattanza!”. Qualche decina d’anni fa l’usanza di andare a Formica è stata dismessa e l’isolotto è diventato la comunità terapeutica di Mondo X di Padre Eligio. Ritornando ai tonnaroti: devono stendere una rete di qualche chilometro, che si chiama “costa” che appunto incanala i tonni verso le camere della morte. Una “costa” a est dell’isola di Favignana ed una ad ovest, al centro le “camere della morte”. Sono delle precamere per l’ultima camera, che hanno delle porte che si possono aprire e chiudere. Quando nella camera ci sono abbastanza tonni si chiude la porta d’accesso e si apre quella per la camera successiva.

Appena saranno tutti nella camera successiva si riaprirà la porta d’accesso della camera precedente. Ogni giorno una barca con il Rais a bordo va a controllare quanti tonni sono entrati nelle prime stanze e decide l’apertura e la chiusura delle porte. Tra le centinaia di boe che segnalano la rete della tonnara c’è ne una che porta l’insegna della Madonna dei Tonnaroti, ogni giorno la barca del Rais passa e si ferma davanti a quella boa per un momento di preghiera, tutti ad alta voce, momenti forti, di tipico ricongiungimento. L’ultima camera ha una rete distesa sul fondo. Il giorno della mattanza, i tonnaroti, cantando delle canzoni, delle nenie tradizionali, si danno il ritmo per portare a galla la rete sul fondo, con dentro tutti i tonni. Quando la rete è a galla, ci vuole quasi un’ora, inizia la mattanza, uno spettacolo possibilmente da non perdersi. Ci sono centinaia di tonni che si dimenano, schizzando acqua dappertutto, e la barca del Rais con un altro uomo esattamente in mezzo, nel centro della grande piscina, in mezzo al frastuono più assordante. I tonnaroti iniziano a prendere i tonni con le loro lunghe aste uncinate, uno due tre, e poi li devono tirare a bordo. Quando si tratta di un tonno di 400 chili, cioè come quello della fotografia, è veramente faticoso, compreso alla fine il dover schivare, a tempo, la codata.

L’acqua, ben presto inizia ad arrossarsi di sangue, i tonni perdono molto sangue, la loro è carne rossa, sanguigna. E si inizia il conto dei tonni, 100, 200, 300, 400. C’è aria di battaglia, di bagarre, ci sono sguardi tirati dalla fatica. Schizzi d’acqua e sangue dappertutto, il barcone con i turisti è in euforia, sono tutti agitati, esaltati, migliaia di foto vengono scattate in un minuto. Tutto questo dura circa 30 minuti. Poi, tirato l’ultimo tonno, c’è un momento di festa, molto sommesso, che sembra quasi una trasgressione, chi si butta nell’acqua rossa, tra i tonnaroti, e poi in silenzio, sui barconi, il ritorno a casa, aspettando il giorno della prossima mattanza. Lo spettacolo della mattanza viene definito uno spettacolo violento, è sicuramente uno spettacolo carico di istinto di sopravvivenza, non direi violento. Un tonnaroto, Clemente, intervistato su questa presunta violenza dei tonnaroti ha risposto:” Ma non capisco perché noi dobbiamo essere i violenti; si ammazzano i maiali, le vacche, le galline e i violenti siamo noi?

Non è giusto!”   MAZZABUBU DELLA “CHIAZZA” DI TRAPANI Mazzabubu è il grande venditore di pesce del porto peschereccio di Trapani. E’ lui che fa il prezzo dei pesci, è lui che ogni mattina alle tre aspetta i primi pescherecci che rientrano, è lui che vede quanti pesci hanno pescato e quali pesci hanno pescato ed è quindi lui, che ogni giorno, è quello che, per diritto acquisito, decide il prezzo ufficiale del pesce. E non sbaglia mai. Non può sbagliarsi. Poi, durante la mattinata vende il pesce al Mercato della “Chiazza” di Trapani. Quando è morto, qualche anno fa, è morto ricco. Il mercato della “Chiazza” ha una architettura dechirichiana, è pieno di surrealismo, ha un porticato colonnato che si svolge per 180° e al centro una statua in bronzo di Venere nuda, con fontanella annessa. Il culto di Venere a Trapani è storicamente importante. Erice, il villaggio che sta sulla montagna che difende Trapani, nell’antichità era una delle tappe principali del culto di Venere in Sicilia, a 25 chilometri c’è il tempio di Segesta, nato per lo stesso culto.

Le vie mediterranee del tonno

Da Gibilterra, una sorta di stazione intermedia e di smistamento, i branchi scoccano come frecce su traiettorie diverse.
Taluni muoveranno verso le più vicine coste africane di Marocco, Libia e Tunisia; altri proseguiranno fino all’Egeo; altri ancora centreranno la Sicilia per circumnavigarla dalla costa occidentale trapanese a quella orientale e giù fino all’estremo Sud di Capo Passero. Ogni anno è così, perché questo è il codice del Thunnus thynnus di questo emisfero. E’ così da molto tempo prima che, 10 mila anni orsono, una mano incidesse, stilizzata, la possente sagoma del pesce dentro la Grotta dei genovesi nell’isolotto di Levanzo di fronte a Trapani nell’arcipelago delle Egadi.

La sagoma del tonno e l’immagine di un uomo: certamente il primo documento “scritto” dell’arte di cacciare i tonni. Nasce così la tonnara. Un immenso complesso di reti, quasi un castello sommerso per chilometri, con le sue insidie, con le segrete e i passaggi obbligati, con la “torre” rovesciata. Nasce così il malfaraggio, quel complesso di edifici che raggruppano le rimesse per il naviglio, le reti, gli attrezzi per la pesca, quasi sempre con una torre, da dove il rais, l’uomo che ha costruito e posto la rete, interroga il mare, guarda il cielo, annusa gli odori, trova misteriosi punti di riferimento sulla montagna e non parla ai suoi uomini ma ordina imperioso dalla sua muciara (la barca trono, l’ammiraglia a remi della tonnara) fino al compimento del rito della mattanza, della morte. I tonni trafitti e morenti oggi non raggiungono più i malfaraggi. Motivi economici e il mercato impongono l’applicazione di sofisticati metodi di lavorazione e conservazione del pesce, che richiedono immediatezza e celerità. Tutto avviene in mare, lontano dalla costa.

I canti dei Tonnaroti di Favignana

“In questi ritmi(…) il lungo e uniforme lavoro dà luogo (…) a una continua iterazione della stessa formula (…) La scansione ritmica, come in un rito sacro, si accompagna in perfetta sincronia con i movimenti e, coordinandoli, ne alleggerisce il peso e ne aumenta l’efficacia…”


Aja Mola” – Canto popolare dei tonnaroti durante il ritiro della rete a bordo

E’ un canto responsoriale, alla voce del solista (Rais) fa eco il coro di pescatori che tirano le reti a bordo delle Muciare: le nere barche  utilizzate per la mattanza. L’andamento lento, fortemente cadenzato e ben ritmato, accompagna lo sforzo durante la prima fase dell’affioramento delle reti; questa cialoma è “Aja mola“, dall’arabo “ai ya mawla” (O mio Signore). Una breve notazione, il termine Assumma era il grido corale che stava ad indicare il momento in cui bisognava issare le reti.

Aja mola, aja mola
Aja mola e vai avanti,
Aja mola e vai avanti
(dall’arabo “ ai ya mawla”, o mio Signore)
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
Gesù Cristu cu li Santi Gesù Cristo con i Santi
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
e lu Santu Sarvaturi e il Santo Salvatore
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
E criasti Luna e Suli E hai creato la Luna e il Sole
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
E criasti tanta genti E hai creato tanti popoli
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
Virgini Santa parturienti Vergine Santa partorente
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
Virgina Santa parturìu La Vergine Santa ha partorito
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
Fici un figghiu comu Diu Ha partorito il figlio Dio
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
E ppi nomi Gesù chiamau E lo chiamò Gesù
Aja mola, aja mola Aja mola, aja mola
Assumma Tira su (tira la rete della tonnara)

 

Lavorazione del tonno

Aja mola, aja mola – Il mio incontro con un tonno

di Francesco Venerando Mantegna

Articolo pubblicato sulla rivista internazionale OK Sicilia