Ricerca e frontiere

BIODIVERSITA’ E’ IL MOMENTO DELLA NATURA

 

Quest’anno il tema della Giornata Mondiale dell’Ambiente (World Environment Day) è stata la biodiversità, tema d’interesse tanto urgente quanto esistenziale. La biodiversità sta attualmente attraversando una vera e propria crisi, a causa dell’agire indiscriminato dell’uomo a danno della natura. Questo cosa comporterà per il nostro futuro?

Contesto

Quest’anno la Colombia ha ospitato la Giornata Mondiale dell’Ambiente, che, sancita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 15 dicembre 1972 mediante la Risoluzione 2994 (A/RES/2994 (XXVII), è celebrata ogni anno il 5 giugno dal 1974. La data fu scelta per ricordare la prima Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi a Stoccolma dal 5 al 16 giugno del 1972, fu in questa occasione, infatti, che venne adottata la Dichiarazione di Stoccolma che definì i 26 principi sui diritti e le responsabilità dell’uomo in relazione all’ambiente. Questa giornata coinvolge attualmente governi, imprese, celebrità e cittadini esortandoli ad indirizzare un maggiore impegno e interesse verso le questioni ambientali. Negli anni l’obiettivo della Giornata è stato quello di “dare un volto umano alle questioni ambientali, facendo sì che le persone diventino agenti attivi dello sviluppo equo e sostenibile; accrescere la consapevolezza che le comunità sono di importanza fondamentale per il cambiamento dell’atteggiamento riguardo le questioni ambientali; promuovere partnership che garantiranno a tutte le nazioni e popolazioni un futuro sicuro e prospero”, ha dichiarato l’ONU. Eventi recenti, dagli incendi boschivi avvenuti in Brasile, negli Stati Uniti e in Australia, alle infestazioni di locuste in buona parte dell’Africa orientale, fino a giungere all’attuale pandemia, dimostrano pertanto l’interdipendenza tra gli esseri umani e le altre specie viventi. La salvaguardia dell’ambiente è al centro dell’Agenda 2030 che dedica uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), precisamente l’Obiettivo 15, a questo tema: “Proteggere, ripristinare e promuovere l’uso sostenibile degli ecosistemi terrestri, gestire in modo sostenibile le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e invertire il degrado dei suoli e fermare la perdita di biodiversità”. Tuttavia, nonostante le tante convenzioni internazionali, le esortazioni da parte delle Nazioni Unite e gli innumerevoli benefici offerti dalla natura, si continua a danneggiare il pianeta.  Sorge dunque spontanea una domanda: conosciamo davvero l’importanza della biodiversità?

Biodiversità. Di cosa parliamo?

Biodiversità, o anche detta diversità biologica, è un termine usato per descrivere l’enorme varietà di vita sulla Terra, dalle piante agli animali, dai batteri ai funghi. Il termine è relativamente recente. Fu impiegato come concetto per la prima volta nel 1968 dall’ecologo Raymond Dasmann e, qualche anno dopo, dal biologo Thomas Lovejoy (conosciuto come il “padrino della biodiversità”) nel suo libro Conservation biology. Solo più tardi, nel 1988, apparve esattamente come “biodiversità”, nel libro dallo stesso autore, una raccolta di saggi curata da Edward Wilson, biologo ed evoluzionista americano. Più formalmente, la biodiversità si compone di diversi livelli, partendo dai geni, dunque dalle singole specie, poi dalle comunità di creature viventi, fino ad arrivare ad interi ecosistemi, come foreste o barriere coralline, dove la vita si interseca con l’ambiente fisico. Queste miriadi di interazioni hanno reso la Terra abitabile per miliardi di anni. Il termine può altresì essere utilizzato più specificamente per riferirsi a tutte le specie presenti in una regione o ecosistema, quindi la varietà di vita che risiede in uno specifico luogo sulla Terra, così come anche la totalità di essa presente sul nostro pianeta. Gli scienziati stimano che esistono circa 8,7 miliardi di specie di piante ed animali, la maggior parte dei quali insetti. Tuttavia, molte specie devono ancora essere scoperte. La biodiversità terrestre risulta essere maggiormente concentrata nei pressi dell’equatore, grazie al clima caldo (Gaston, 2000), mentre la biodiversità marina tende a concentrarsi lungo le coste del Pacifico occidentale, dove la temperatura della superficie del mare è più alta e nella fascia medio-latitudinale in tutti gli oceani. Si stima che Paesi come la Colombia e il Kenya contino ciascuno più di 1000 specie di uccelli nidificanti, mentre le foreste della Gran Bretagna e del Nord America orientale ne ospitino meno di 200. Così come una delle barriere coralline al largo dell’Australia settentrionale può contare circa 500 specie diverse di pesci, mentre il litorale roccioso del Giappone riesce ad ospitarne soltanto 100.

Perché la biodiversità è importante?

La biodiversità è la base della vita sulla Terra e negli oceani. Riguarda ogni aspetto della stessa vita umana, in quanto fornisce aria, acqua pulita, conoscenze scientifiche, medicinali, resistenza naturale alle malattie e mitigazione dei cambiamenti climatici. La modifica o la rimozione di un solo elemento parte di questa rete genera ripercussioni sull’intero sistema vitale potendo produrre conseguenze altamente negative. Inoltre, gli ecosistemi forniscono servizi cruciali come l’impollinazione, la dispersione dei semi, la regolazione del clima, la purificazione delle acque, il ciclo dei nutrienti e il controllo dei parassiti agricoli. La biodiversità rappresenta anche un valore di tipo culturale per l’uomo, dal punto di vista religioso e spirituale. Alcune aree del mondo, come il Brasile, il Messico, il Madagascar e il Sudafrica, contano una diversità nettamente più vasta di altre aree del pianeta. Le aree con livelli estremamente alti di biodiversità sono chiamate hotspot. In tutto il mondo si identificano 36 hotspots. Le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2010 l’anno internazionale della biodiversità (International Year of BiodiversityIYB), una dichiarazione annuale intesa a sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza della biodiversità e a rafforzare gli sforzi di conservazione. Molti degli obiettivi volti alla conservazione promossi dall’IYB sono riemersi periodicamente nelle successive campagne di sensibilizzazione delle Nazioni Unite, per citarne alcune: l’Anno internazionale delle foreste (2011), l’Anno internazionale del suolo (2015) e l’Anno internazionale del turismo sostenibile per lo sviluppo (2017).

L’importanza di preservare la biodiversità

Le azioni umane, come la deforestazione (che ha visto la perdita di ben 32 milioni di ettari di foreste tra il 2010 e il 2015), l’invasione di habitat faunistici, l’agricoltura intensificata, l’inquinamento, la crescita della popolazione e l’accelerazione dei cambiamenti climatici, sono tutte minacce alla biodiversità, spingendo la natura oltre i propri limiti. Queste minacce hanno portato all’estinzione di moltissime specie nel corso del tempo, ed alcuni scienziati stimano che la metà della totalità delle specie sulla Terra sarà spazzata via entro il prossimo secolo. Ci vorrebbero 1,6 pianeti Terra per soddisfare le richieste dell’uomo alla natura ogni anno e se si continua su questa strada la perdita di biodiversità avrà gravi ripercussioni sullo stesso genere umano, comportando il collasso dei sistemi alimentari e sanitari.

Giornata Mondiale dell’Ambiente 2020

“È il momento per la natura (It’s time for nature)” è il motto dell’edizione 2020. Una frase che invita a riflettere sul rapido declino della biodiversità della Terra. Una sorta di estinzione di massa che attualmente vede a rischio circa un milione di specie viventi. Mettere quindi un freno alla perdita di biodiversità è l’unico modo per ripristinare e sostenere un pianeta sano. Ciò sarà possibile solo quando si comprenderà pienamente la rete della vita cui è legata ogni specie vivente. È tempo di mettere la natura al centro dei processi decisionali. Da qui l’appello dell’ONU a tutti i Paesi per far crescere la consapevolezza dei cittadini su temi così delicati, al fine di stimolare azioni concrete. Durante tutto il 2020 sono previsti numerosi eventi in diversi Paesi, molti dei quali online e in streaming a causa delle restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19. Pertanto, l’UNEP ed i suoi partner stanno aiutando i vari Paesi a sviluppare i propri piani d’azione strategica a livello nazionale sulla biodiversità. L’UNEP supporta anche importanti piattaforme volte ad approfondire la conoscenza sugli ecosistemi e sulla biodiversità, come Global Forest Watch, Global Peatlands Initiative e Interfaith Rainforest Initiative. Dunque, sono necessari grandi sforzi da parte di tutta la Comunità internazionale per preservare la biodiversità e proteggere le specie in pericolo e i loro habitat tanto ora quanto nel prossimo futuro. Dare alla natura lo spazio e la protezione di cui ha bisogno è l’unica risposta.

FONTI:

www.britannica.com/biodiversity

www.worldwildlife.org/leaders/thomas-lovejoy

www.nationalgeographic.org/encyclopedia/biodiversity/

www.worldenvironmentday.global/did-you-know/what-biodiversity

www.theguardian.com/news/2018/mar/12/what-is-biodiversity-and-why-does-it-matter-to-us

www.amnh.org/research/center-for-biodiversity-conservation/about-the-cbc/what-is-biodiversity

www.un.org/en/observances/environment-day

Gaston K.J., Global patterns in biodiversity, Nature volume 405, 2000, pp. 220-227.

Filippo Sardella | 17 giugno 2020 alle 16:33 | Etichette: Asean, Asia | Categorie: ANALISI, ASIA E OCEANIA ANALISI | URL: https://wp.me/pb3xiC-2Wl

Le nuove fontiere della protezione ambientale nel Mediterraneo

Passo avanti per la protezione del Mar Mediterraneo: la CE propone l’adesione dell’UE al “protocollo offshore”

ISPRA informa – La Commissione Europea ha proposto che l’Unione europea parte contraente della convenzione di Barcellona, aderisca ad uno dei suoi 7 protocolli, il “protocollo offshore”, entrato in vigore il 24 marzo 2011 per proteggere il Mediterraneo dall’inquinamento derivante da attività di esplorazione e sfruttamento offshore. Il protocollo impone una serie di condizioni da soddisfare prima che sia consentito l’avvio delle attività, in particolare, la costruzione di piattaforme e di impianti di trivellazione deve rispettare norme e prassi internazionali e gli operatori devono dimostrare di possedere le competenze tecniche e la capacità finanziaria necessarie per svolgere le attività. Qualora le attività rischino di provocare gravi effetti negativi sull’ambiente, non verrà concessa alcuna autorizzazione. Attualmente le attività di esplorazione e sfruttamento offshore risultano in costante aumento nel Mediterraneo e la regione è particolarmente vulnerabile a causa della sua configurazione semichiusa e di una notevole sismicità. La ratifica del protocollo da parte dell’UE dovrebbe incoraggiare la ratifica da parte di altre parti contraenti della convenzione di Barcellona.


L’inquinamento nel Mar Mediterraneo è triplicato negli ultimi 25 anni

Uno studio dell’Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del Mare ha rilevato nel 2015 la presenza di 300 rifiuti ogni km/2 nel Mediterraneo; nel 1990 erano “solo” 100 ogni km/2.
plastica mar mediterraneo
Rifiuti sulla spiaggia in un porto di Malta – Foto di Alain Bachellier/Flickr

La quantità di scarti e rifiuti presenti nel Mar Mediterraneo è triplicata negli ultimi 25 anni: secondo una ricerca dell’Institut français de recherche pour l’exploitation de la mer – Istituto francese di ricerca per lo sfruttamento del Mare (Ifremer), la concentrazione di inquinanti nel mare nostrum sarebbe passata da 100 per chilometro quadrato nel 1990 a 300 per chilometro quadrato nel 2015.

Una rapida escalation, secondo i ricercatori dell’Ifmer: la presenza di oggetti inquinanti nel Mediterraneo è raddoppiata tra il 1990 e il 2012 (passando da 100 a 200 per km/2) per toccare quota 300 nel 2015. Un trend che si spiega con l’aumento nella produzione e nel consumo di plastica, ma anche con il maggiore monitoraggio delle acque imposto dalla Direttiva Quadro dell’Ue sulla Strategia per l’Ambiente Marino. A paragone, il Mare del Nord risulta 6 volte meno inquinato, con “appena” 50 rifiuti ogni chilometro quadrato.

Il report ventennale dell’Ifmer sostiene che circa il 60% dell’inquinamento sui fondali mediterranei è dovuto a oggetti in plastica, con maggiori concentrazioni nei pressi di scali portuali come Marsiglia o il Nord della Corsica. Ogni anno, sono circa 8 milioni le tonnellate di plastica che finiscono negli oceani, di cui almeno 200 mila tonnellate nel solo Mar Mediterraneo. Una stima vista al rialzo da un recente studio del WWF secondo cui quasi 600 mila tonnellate di plastica finiscono nel bacino mediterraneo ogni anno.

Pochi i progetti che puntano al recupero degli oggetti inquinanti nei nostri mari. A inizio giugno, l’Ispra ha reso noti i risultati del programma ML-REPAIR, attivo nel Nord Adriatico con il supporto della Marineria di Chioggia: in appena 10 mesi e grazie al supporto dei pescatori cui è stato concesso di riportare a terra i rifiuti finiti tra le loro reti, sono stati recuperate 14 tonnellate di scarti, tra cui migliaia di oggetti di plastica.

A contendere il triste primato del Mediterraneo è il Mar Nero, un altro bacino chiuso contaminato dall’affluenza di alcuni tra i fiumi più inquinati del continente come il Danubio e il Dnestr: secondo l’ultima ricerca del progetto EMBLAS-Plus, il programma di monitoraggio delle acque a nord del Bosforo promosso dalle Nazioni Unite e dall’Ue, la quantità di inquinanti presenti nel Mar Nero sarebbe quasi il doppio rispetto a quella registrata nel Mediterraneo.

In questo caso, però, le stime sono molto al ribasso rispetto a quelle dell’Ifmer: secondo gli studiosi dell’EMBLAS, il Mar Nero vedrebbe una concentrazione di 90,5 scarti ogni chilometro quadrato contro i 50 per km/2 del Mediterraneo.

Anche per il piccolo bacino oltre lo stretto del Bosforo è la plastica il nemico numero uno: il report sostiene che l’83% dei rifiuti rinvenuti siano rappresentati da bottiglie, imballaggi e buste di plastica. Preoccupante anche la percentuale di sostanze pericolose per la salute umana: in campioni ittici prelevati dal Mar Nero sono state rinvenute tracce di al di sopra dei limiti raccomandati dall’OMS di benzo(a)pirene, pesticidi, insetticidi, mercurio e ritardanti di fiamma. Nel complesso sono stati identificati 124 prodotti chimici pericolosi per l’ecosistema marino e la salute umana, inclusi inquinanti organici persistenti, metalli, pesticidi, biocidi, prodotti farmaceutici, ritardanti di fiamma, inquinanti industriali e prodotti per la cura della persona.

Fonte: IFREMER + ISPRA + rinnovabili.it


Plastica: ecco chi inquina il Mediterraneo

Stop the flood of plastic, uno studio del WWF, fa il punto sull’inquinamento da plastica nel Mare Mediterraneo: quanta ne arriva in mare, chi sono i maggiori responsabili e che cosa si può fare.

https://www.focus.it/ambiente/ecologia/plastica-ecco-chi-inquina-il-mediterraneo

Un’area del Mediterraneo più esposta all’inquinamento

La parte orientale è messa molto male, a causa dei cambiamenti climatici, degli sversamenti inquinanti, della guerra e del disinteresse generale

Rifiuti su una spiaggia del Libano, 22 gennaio 2018 (AP Photo/Hussein Malla)

Le condizioni della maggior parte dei mari del mondo sono critiche, a causa dei cambiamenti climatici e dell’inquinamento, ma la situazione della parte orientale del mar Mediterraneo è particolarmente rischiosa. Lo ha raccontato l’Atlantic, dicendo che per salvarla è necessario intervenire subito, e che potrebbe essere già troppo tardi. La parte del Mediterraneo in questione è quella su cui si affacciano Turchia, Siria, Libano, Israele, Egitto, parte della Grecia e parte della Libia.

Il mar Mediterraneo è «soffocato» dalla plastica: sebbene costituisca meno dell’uno per cento degli oceani del mondo, contiene il 7 per cento delle microplastiche presenti. Gli stati sulle sue coste continuano a sporcare il mare con tonnellate di sversamenti, l’ecosistema è contaminato, il livello dell’acqua si sta alzando, il traffico marittimo è in continuo aumento, così come l’invasione di specie aliene e l’acidificazione, con conseguenze sulla biodiversità ma anche sulle milioni di persone che dal Mediterraneo dipendono. Alcuni di questi problemi hanno a che fare con la topografia del mare: il Mediterraneo ha pochi sbocchi esterni, pochissimo ricambio d’acqua e una bassa diluizione delle tossine. Poiché alcune delle correnti più forti scorrono da ovest a est, l’area orientale è più colpita da questi problemi.

Ma i problemi più gravi non hanno a che fare con le correnti e la conformazione del mare, bensì con le attività degli esseri umani. Oltre il 20 per cento del Mediterraneo è stato dato in concessione per l’industria petrolifera, e la produzione di gas offshore verrà quintuplicata entro il 2030, soprattutto nell’area orientale. Petroliere e impianti di perforazione stanno mettendo a rischio gli habitat naturali: decine di tartarughe morte si sono già riversate lungo la costa israeliana (una possibile conseguenza delle esplosioni sottomarine) e in Grecia il traffico marittimo in forte espansione da e verso il canale di Suez e le esplorazioni stanno uccidendo o allontanando i capodogli sensibili al sonar e altri cetacei.

Negli ultimi dieci anni, poi, la rincorsa alle scoperte di idrocarburi e i conflitti in corso tra alcuni paesi che si affacciano su quella porzione di mare (Siria e Gaza, per esempio) hanno peggiorato la situazione. In guerra, e con gran parte dell’Europa concentrata sui flussi migratori, sembra che la questione ambientale non sia una priorità. A tutto questo vanno aggiunte le crisi finanziarie dei vari paesi, come quella della Grecia, che hanno reso la protezione marina ancora meno prioritaria. I vari stati hanno poi agito in solitudine e unicamente per i propri interessi, con conseguenze impreviste. Il Canale di Suez e il suo allargamento hanno facilitato il passaggio di specie invasive molto aggressive dal Mar Rosso, per esempio, molte delle quali hanno danneggiato i pesci nativi: ad oggi si contano 1.000 specie aliene nel Mediterraneo.

Il fatto che i mari non mostrino subito e in modo evidente le conseguenze di tutto questo, dice l’Atlantic, potrebbe essere parte del problema. Ma questa parvenza non durerà a lungo: a causa dei cambiamenti climatici e della rapida crescita della popolazione, il danno diventerà sempre maggiore e sempre più rapido: «Ogni anno, le tempeste diventano più violente e imprevedibili», ha detto Dimitris Achladotis, un pescatore greco. «Nulla di ciò che vedo è normale».

Tutti i paesi che hanno contribuito a sporcare le acque di questo mare dovranno lavorare insieme per risolvere la situazione, conclude l’Atlantic. Ma la maggior parte degli stati si sta impegnando molto poco per questa crisi: il Libano assegna al suo ministero dell’Ambiente un budget annuale di soli 9 milioni di dollari, per esempio. La maggior parte delle ONG e degli enti transnazionali, poi, hanno pochi finanziamenti o troppo poco potere per intervenire: «Possiamo fare molto rumore. Possiamo stare con il fiato sul collo delle autorità, ma se le persone non ascoltano c’è un limite a ciò che possiamo fare», ha detto Asaf Ariel, funzionario di EcoOcean, una ONG israeliana.

Gli interessi commerciali potrebbero allora diventare la migliore scommessa per il Mediterraneo: ma non quelli che hanno a che fare con petrolio e gas. Più di 200 milioni di turisti, infatti, arrivano sulle coste del Mediterraneo ogni anno. «Se, o molto probabilmente quando, il deterioramento delle condizioni inizierà a devastare i profitti delle imprese turistiche, le conseguenze saranno gravi. Le economie del Mediterraneo sono troppo fragili per sostenere un simile colpo da KO verso una delle loro industrie primarie».

Inquinamento: nei Paesi del Mediterraneo 24 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica l’anno

I Paesi del Mediterraneo generano 24 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica ogni anno: di queste, 570.000 tonnellate arrivano in mare.

Ciò equivale a scaricare 33.800 bottiglie di plastica al minuto nel Mediterraneo.

Barcellona è la seconda costa più inquinata del Mediterraneo, dietro solo al distretto della Cilicia (nel sud della Turchia): inevitabilmente i detriti di plastica si accumulano sul fondo del mare, causando gravi danni alla vita marina.

“La plastica sta alterando seriamente l’ecosistema – dice Miquel Canals, Docente all’Università di Barcellona – mammiferi, pesci ed uccelli marini stanno morendo a causa dell’impatto con la plastica, o perché la ingeriscono e non sono in grado di espellerla, o anche a causa di quella che è denominata ‘pesca fantasma’, reti da pesca abbandonate che continuano a intrappolare i pesci”.

Durante i mesi estivi, i rifiuti di plastica aumentano di un terzo a causa dell’afflusso di turisti: le regioni che dipendono dal turismo costiero sono più vulnerabili alle conseguenze economiche dell’inquinamento della plastica in mare.PUBBLICITÀ

La devastazione provocata dalla plastica non è solo ambientale: gli inquinanti plastici hanno anche una diretta conseguenza sul nostro sistema alimentare e sulla nostra salute.

“Il problema è che la contaminazione interna da rifiuti di plastica avviene ogni giorno – Miquel Porta, Ricercatore all’Hospital del Mar – molti contenitori di plastica, una volta a contatto con sostanze a rilascio di calore, diventano rifiuti le cui scorie poi rileviamo nelle urine: la via principale è data dal cibo e dai relativi contenitori”.

All’inizio di quest’anno, la Commissione europea ha concordato una direttiva sulla plastica monouso, che vieta prodotti come posate, piatti o cannucce: gli Stati membri hanno tempo sino al luglio 2021 per mettere in atto le modifiche normative.

Fonte: Euronews


Alto Adriatico tra le zone più inquinate da plastica di tutto il Mediterraneo

Da dove arriva e dove va la plastica che finisce nel Mar Mediterraneo? Un video mostra i tratti di mare più inquinati

Silvia Turci*

adriatico plastica mediterraneo inquinamento
Fonte CMCC

Nel Mediterraneo, così come nei mari e negli oceani di tutto il Mondo, purtroppo finiscono grandi quantità di plastica. Uno studio realizzato dal Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici nell’ambito del progetto AMAre ha analizzato il tragitto che fa la plastica nel Mediterraneo, da dove arriva e dove si accumula. Il risultato della ricerca è stato racchiuso in un video che mostra 10 miliardi di particelle virtuali di plastica e il loro errare, in balia delle correnti, nel Mediterraneo. La Nasa aveva realizzato uno studio simile ma su scala globale, analizzando il percorso delle boe negli oceani per osservare le 5 “isole di plastica”, punti di accumulo dei rifiuti noti in inglese come “garbage patch”.

Per realizzare questa simulazione sono state prese in considerazione le rotte delle navi, la presenza di città costiere o fiumi e la sorte che la plastica potrebbe fare sulla superficie del mare, sulle coste e sul fondale marino.

Attraverso la simulazione del tragitto della plastica nel Mediterraneo è stato possibile capire che i rifiuti si accumulano principalmente a ridosso delle coste e finiscono nei fondali marini. La plastica che arriva nel mare, proveniente dalle città o dai fiumi, resiste 7 giorni in superficie. Al contrario, la plastica scaricata in mare dalle navi può resistere mediamente fino ad 80 giorni.

Quali sono i tratti di mare più inclini ad essere inquinati dalla plastica? I tratti costieri che ricevono una quantità maggiore di plastica risultano essere: il Mar di Levante (sotto la Turchia), il mare delle Baleari di fronte alla Catalogna, e l’alto Adriatico in corrispondenza con la foce del fiume Po.

Fonte: IconaClima

Silvia Turci

*Silvia Turci – Ho conseguito una laurea specialistica in Comunicazione per l’Impresa, i media e le organizzazioni complesse all’Università Cattolica di Milano. Il mio percorso accademico si basa però sullo studio approfondito delle lingue straniere, nello specifico del francese, inglese e russo, culminato con una laurea triennale in Esperto linguistico d’Impresa. Sono arrivata a Meteo Expert (già conosciuto come Centro Epson Meteo dal 1995) nel 2014 e da allora sono entrata in contatto con la meteorologia e le scienze del clima: una continua scoperta che mi ha fatto appassionare ogni giorno di più al mio lavoro.


Il WWF propone

PER RIDURRE L’INQUINAMENTO DA PLASTICA IN ITALIA, LE URGENZE SONO: RIDURRE I CONSUMI, AFFRONTARE LE INADEGUATEZZE NELLA GESTIONE DEI RIFIUTI E INCREMENTARE IL RICICLO.L’Italia ha già attuato politiche innovative per la riduzione dell’uso di plastica e per il miglioramento della gestione dei rifuti, tra cui un sistema a 4 linee di separazione dei rifiuti, il bando delle microplastiche nei cosmetici e l’erogazione di incentivi ai produttori per incoraggiare l’innovazione a monte. L’Italia, nel Mediterraneo, è anche leader nel riciclo di plastica, con 1 MT di rifiuti di imballaggi avviati al riciclo ogni anno. Le priorità per il nostro Paese riguardano: l’introduzione di nuovi divieti per oggetti in plastica, superando anche quanto previsto dalla Direttiva UE sul monouso, il sostegno ai comuni per l’eliminazione di eventuali carenze nella gestione o dispersione di rifiuti, l’incremento del tasso di riciclo con obiettivi più ambiziosi di quelli prefissati e l’ampliamento del mercato delle materie secondarie.

apri il link sotto:

http://assets.wwfit.panda.org/downloads/fermiamo_inquinamentoplastica_giu2019.pdf?utm_source=web&utm_medium=PetizionePlastica&utm_campaign=PlasticanelMediterraneo

L’altra faccia del mare

Un video importante a cura dell’ISPRA-Istituto Nazionale per la Prorotezione e la Ricerca Ambientale.

vedi il documento video al link https://www.isprambiente.gov.it/it/documentari/laltra-faccia-del-mare


Prateria di Posidonia

Posidonia oceanica, la gestione della banquette sugli arenili laziali. Un documento dell’ISPRA


ISPRA, la gestione delle Specie Marine Protette – Sicilia